Quando Hayden White morì nel 2018, molti storici continuarono a considerarlo una figura divisiva. Per alcuni era il teorico che aveva liberato la storiografia dall’illusione positivista dell’oggettività; per altri era il responsabile di una deriva relativista che rischiava di dissolvere la differenza tra storia e letteratura. Eppure, rileggendo oggi la lunga conversazione che White intrattenne nel 2009 con Erlend Rogne, emerge un’immagine diversa. Non quella di un demolitore scettico interessato a negare la possibilità della conoscenza storica, ma quella di un pensatore che ha trascorso la vita a interrogarsi sul modo in cui gli esseri umani producono significato in un mondo privo di fondamenti assoluti.
L’intervista rappresenta quasi un testamento intellettuale. White vi ripercorre la propria formazione, le influenze che ne hanno plasmato il pensiero, il rapporto con strutturalismo e post-strutturalismo, il ruolo della narrazione, il modernismo, il sublime e il destino della storiografia contemporanea. Attraverso questi temi emerge una domanda che attraversa tutta la sua opera: che cosa può fare la storia dopo la morte delle grandi certezze metafisiche?
Il percorso di White non nasce nei dipartimenti di teoria della storia, ma nello studio della Chiesa medievale. Quando arriva a Roma nel 1953 grazie a una borsa Fulbright, il suo progetto riguarda le riforme gregoriane e la storia ecclesiastica dell’XI secolo. Ciò che lo attira non è però soltanto la ricostruzione degli eventi. Lo affascina un problema più profondo: come sia possibile che un’istituzione fondata sull’accettazione di un miracolo abbia esercitato per oltre un millennio un’autorità culturale e politica tanto vasta.
Già in questa curiosità iniziale si intravede il nucleo del suo futuro lavoro. White non è interessato principalmente ai fatti, ma ai sistemi di credenze che consentono agli esseri umani di costruire mondi condivisi. Il suo incontro con la cultura europea amplia ulteriormente questo interesse. A differenza della tradizione americana, che gli appare segnata da un razionalismo pragmatico e da un puritanesimo di fondo, l’Europa gli offre il confronto con Vico, Collingwood, Toynbee, Jaspers, Marcel e Sartre. La filosofia della storia diventa così il terreno in cui convergono i suoi interrogativi sulla fede, sulla memoria e sul rapporto tra passato e presente.
Uno dei punti più importanti dell’intervista riguarda la definizione stessa della storia. White osserva che la disciplina storica nasce soltanto quando si afferma l’idea di una distanza tra passato e presente. Nelle società tradizionali, sostiene, questa separazione non era avvertita con la stessa intensità. Il passato continuava a vivere nel presente attraverso il mito, la religione o la memoria collettiva. La coscienza storica moderna emerge invece quando il passato diventa qualcosa di distante, separato, problematico.
Per White, questo significa che la storia non è semplicemente una raccolta di informazioni su ciò che è accaduto. È una tecnologia culturale inventata per colmare una frattura temporale. Questa intuizione ha conseguenze radicali. Se il passato non è immediatamente disponibile ma deve essere ricostruito, allora qualsiasi rapporto con esso implica inevitabilmente selezione, interpretazione e costruzione di significato.
Nessun tema è stato più associato a Hayden White della critica dell’oggettività storica. Tuttavia, nell’intervista del 2009, egli precisa una posizione spesso fraintesa. White non sostiene che tutte le interpretazioni siano equivalenti o che i fatti non esistano. Il suo bersaglio è piuttosto l’idea che lo storico possa limitarsi a registrare passivamente ciò che il passato contiene.
Secondo White, la tradizione storiografica americana ha trasformato l’oggettività in una sorta di ideale morale. Dietro questa aspirazione egli intravede un’eredità teologica protestante: il desiderio di essere nel giusto, di possedere una verità definitiva, di raggiungere una forma secolarizzata di salvezza. Per questo contrappone alla ricerca della verità la ricerca della realtà.
La verità suggerisce una risposta definitiva. La realtà, invece, è complessa, contraddittoria, resistente a ogni tentativo di semplificazione. Lo storico dovrebbe quindi preoccuparsi meno di dimostrare di avere ragione e più di rendere percepibile questa complessità. Si tratta di un passaggio decisivo, perché sposta il problema della storia dal terreno della corrispondenza tra racconto e fatti a quello della capacità interpretativa.
La scomparsa di Carlo Ginzburg ha riportato all’attenzione uno dei dibattiti più significativi della storiografia contemporanea. A partire dagli anni Ottanta, Ginzburg e White furono infatti protagonisti di un confronto teorico che venne spesso presentato come uno scontro tra due concezioni incompatibili della storia. Da un lato Ginzburg difendeva il valore della prova, dell’indizio e della possibilità di distinguere tra interpretazioni più o meno fondate; dall’altro White insisteva sul carattere narrativo e retorico di ogni rappresentazione del passato. Col tempo, soprattutto nella ricezione più superficiale, questa discussione è stata ridotta all’opposizione tra un difensore della verità storica e un teorico del relativismo.
Una lettura attenta dei testi mostra però un quadro più complesso. White non negava l’esistenza dei fatti né sosteneva che tutte le interpretazioni fossero equivalenti. Il suo problema riguardava il passaggio dai fatti al racconto storico e le forme attraverso cui il passato viene dotato di significato. Ginzburg, dal canto suo, pur criticando gli aspetti più radicali del “linguistic turn”, era ben lontano da ogni ingenuo positivismo. La loro polemica mise in luce una tensione reale e ancora attuale tra prova e interpretazione, tra referenza e narrazione, senza che ciò implichi necessariamente l’obbligo di scegliere definitivamente tra l’uno e l’altro.
La persistenza di questa discussione mostra quanto le questioni sollevate da White continuino a essere centrali. Non a caso, dopo la morte di Ginzburg, il dibattito è riemerso anche nello spazio pubblico e sui social network, spesso nella forma semplificata dell’alternativa: o con Ginzburg o con White. Eppure proprio la rilettura dell’ultimo White suggerisce che una simile contrapposizione rischia di oscurare la complessità del problema che entrambi, seppure da prospettive diverse, cercavano di affrontare: come sia possibile produrre conoscenza storica senza ignorare il carattere inevitabilmente interpretativo di ogni rapporto con il passato.
Tra le influenze che White riconosce più apertamente vi è l’esistenzialismo francese. Jean-Paul Sartre rappresenta per lui molto più di un autore. È il pensatore che ha mostrato come la condizione umana sia inseparabile dalla scelta. Gli individui si trovano sempre all’interno di situazioni storiche e sociali che non hanno scelto, ma non possono mai sottrarsi completamente alla responsabilità di decidere.
Questa prospettiva accompagna White lungo tutta la sua carriera. Anche quando si avvicina allo strutturalismo, non rinuncia mai all’idea che la libertà costituisca una dimensione fondamentale dell’esperienza umana. La società impone regole e limiti. I linguaggi organizzano il pensiero. Le istituzioni orientano i comportamenti. Eppure, in ogni situazione resta aperto uno spazio di scelta. Per White è proprio questa tensione tra struttura ed evento a definire l’esistenza umana.
Molti critici hanno letto White come un esponente del “linguistic turn”. Egli stesso, però, propone una ricostruzione più articolata. Lo strutturalismo gli insegna che nessuna esperienza è immediata. Ogni rapporto con il mondo è mediato da sistemi simbolici e linguistici. Tuttavia, i sistemi non sono immutabili. Per questo White guarda con interesse al post-strutturalismo. Derrida, Foucault, Barthes e Lacan mostrano come ogni struttura contenga tensioni interne che ne rendono possibile la trasformazione. La loro riflessione non distrugge lo strutturalismo; lo completa.
Nell’intervista White interpreta persino il passaggio dallo strutturalismo al post-strutturalismo come una risposta alle trasformazioni della società contemporanea. Lo strutturalismo spiega come funzionano i sistemi sociali complessi; il post-strutturalismo cerca di capire come possano essere contestati. In questa lettura emerge una forte componente politica. White considera entrambe le correnti strumenti critici per comprendere le dinamiche del capitalismo avanzato e le forme di potere che esso produce.
Tra tutte le figure francesi, Roland Barthes occupa una posizione privilegiata. White gli attribuisce il merito di avergli fatto comprendere che la storia non è soltanto una disciplina, ma una forma di discorso. Questa idea è alla base di Metahistory. Lo storico non si limita a raccogliere dati. Deve organizzarli, selezionarli, collegarli, attribuire loro un significato. Il risultato finale è sempre una costruzione narrativa. Ciò non significa inventare il passato. Significa riconoscere che tra i documenti e il testo storico esiste un lavoro creativo inevitabile. La ricerca archivistica stabilisce ciò che è possibile dire. Ma è il discorso a produrre il significato.
Proprio la narrazione costituisce uno dei temi più complessi della riflessione di White. Negli anni Settanta, influenzato da Barthes e Braudel, egli tendeva a guardarla con sospetto. La narrazione sembrava implicare chiusura, ordine, teleologia. Successivamente la sua posizione cambia. White distingue tra narrazione e narrativizzazione. Narrare è una pratica inevitabile del linguaggio umano. Narrativizzare significa invece imporre al mondo una struttura troppo ordinata, trasformando la complessità degli eventi in una storia coerente e rassicurante. Da qui nasce il suo interesse per le forme narrative moderniste. In Virginia Woolf, Marcel Proust o Gertrude Stein la narrazione non elimina l’ambiguità. Al contrario, la rende visibile. Il lettore è chiamato a partecipare alla costruzione del significato. Questa apertura diventa per White un modello anche per la scrittura storica.
Nella parte centrale dell’intervista emerge forse il nucleo filosofico più profondo del suo pensiero. White interpreta il modernismo come la risposta culturale alla crisi della metafisica occidentale. Per secoli gli esseri umani hanno creduto nell’esistenza di sostanze, essenze, anime, principi trascendenti in grado di garantire l’unità del mondo. La modernità distrugge progressivamente queste certezze. Nietzsche annuncia che non esiste nulla dietro le apparenze. Freud mostra che il soggetto non è un’entità coerente ma un campo di conflitti. Le scienze moderne dissolvono l’idea aristotelica di sostanza. Il modernismo nasce da questa esperienza di perdita. Non offre nuove certezze. Sperimenta invece forme capaci di rappresentare un mondo frammentato, discontinuo e instabile. Per White questa non è una crisi da superare ma una condizione da comprendere.
È in questo contesto che assume rilievo la nozione di sublime. Nella tradizione di Burke e Kant il sublime nasce dall’incontro con qualcosa di immensamente più grande dell’individuo. Alla fine, però, questa esperienza conferma la superiorità della ragione o dell’ordine morale. White propone una versione diversa. Il sublime modernista non riconcilia. Non consola. Non rivela alcun ordine superiore. Esso conduce all’abisso. Quando guardiamo dietro le apparenze non troviamo una verità nascosta. Troviamo il vuoto, la contingenza, l’assenza di fondamenti. Da qui deriva il carattere profondamente ironico della sensibilità modernista. L’ironia non è cinismo. È la consapevolezza che qualsiasi forma di significato resta provvisoria.
Un altro passaggio fondamentale riguarda il rapporto tra storia e potere. White ricorda che la storia professionale è un’invenzione relativamente recente. Nell’Ottocento gli Stati nazionali europei trasformano la storia in disciplina accademica per fornire una genealogia alle nuove identità nazionali. Gli storici vengono chiamati a raccontare la nazione come una realtà coerente, legittima e inevitabile. In questo processo, sostiene White, la disciplina tende a nascondere le proprie implicazioni ideologiche dietro il linguaggio dell’oggettività. Il risultato è una storia che spesso celebra l’ordine esistente e neutralizza i conflitti. Da qui nasce il suo interesse per Walter Benjamin, che legge il passato non come un trionfo della civiltà ma come una sequenza di violenze, esclusioni e catastrofi.
La riflessione di White raggiunge il suo punto più attuale quando affronta gli eventi che definisce “modernisti”. L’Olocausto e l’11 settembre rappresentano esempi paradigmatici. Non sono semplicemente eventi importanti. Sono eventi che mettono in crisi i nostri modelli di comprensione. Più informazioni accumuliamo, meno sembra possibile ridurli a una spiegazione unitaria. Per questo White guarda con interesse alle nuove forme archivistiche e digitali. Gli archivi contemporanei consentono di raccogliere una molteplicità di frammenti senza costringerli immediatamente dentro una narrazione conclusiva. L’obiettivo non è arrivare alla storia definitiva. È mantenere aperta la complessità.
La frase chiave dell’intervista arriva quasi alla fine. «L’obiettivo dell’interpretazione è creare perplessità di fronte al reale, non chiarirlo.» In poche parole White riassume un’intera filosofia della conoscenza. Interpretare non significa eliminare l’incertezza. Significa renderla visibile. La realtà è sempre più complessa delle narrazioni che costruiamo per comprenderla. Le interpretazioni più interessanti non sono quelle che chiudono il significato, ma quelle che moltiplicano le possibilità di comprensione. Per questo White richiama Maimonide, secondo cui il compito dell’interpretazione biblica consisteva nell’aumentare il numero delle letture possibili, non nel ridurle. La pluralità interpretativa non è un difetto. È una risorsa.
Nelle ultime battute della conversazione emerge una differenza significativa tra White ed Eric Hobsbawm. Alla domanda su cosa serva per ottenere dalla storia una comprensione del futuro, Hobsbawm risponde: più razionalità. White replica: più immaginazione. Non perché la razionalità sia inutile, ma perché da sola non basta. La storia riguarda esseri umani che producono significati, simboli, racconti e mondi possibili. Comprenderli richiede anche immaginazione.
Per questo White guarda con crescente interesse alla letteratura contemporanea. Scrittori come Don DeLillo, Thomas Pynchon, W. G. Sebald o Philip Roth affrontano il passato con strumenti che la storiografia professionale spesso fatica a utilizzare. Essi mostrano la distanza tra presente e passato invece di occultarla. Trasformano la ricerca storica in un’esperienza di interrogazione continua.
A più di cinquant’anni da Metahistory, il pensiero di Hayden White continua a suscitare dibattiti. Ma la lettura dell’intervista del 2009 suggerisce che il suo obiettivo non fosse distruggere la storia. Al contrario, voleva restituirle un compito più ambizioso. In un mondo in cui religione e metafisica non forniscono più fondamenti condivisi, la storia diventa uno dei principali luoghi in cui gli esseri umani cercano di comprendere se stessi. Non può limitarsi a registrare fatti. Deve confrontarsi con il problema del significato. La lezione più importante di White consiste forse proprio in questo: ricordarci che il passato non parla da solo, che ogni conoscenza storica implica immaginazione e responsabilità, e che la complessità del reale non deve essere addomesticata ma continuamente interrogata. Perché la funzione più alta della storia non è offrirci certezze. È insegnarci a vivere consapevolmente nell’incertezza.
Giuseppe Balducci
