Mi è capitato tra le mani un testo curioso e, per chi lo accosti attraverso il prisma della narrazione dominante, inevitabilmente controverso: Il Libro verde di Muammar Gheddafi. Dopo letture incrociate sono giunto alla conclusione che sarebbe un errore relegarlo tra i puri trattati di propaganda, soltanto perché l’Occidente ha consegnato il suo autore alla categoria comoda e definitiva del dittatore. Anticonformista per indole, Gheddafi aveva in mente un progetto politico per certi versi originale: una «terza via» mediterranea, del Mare Nostrum, le cui radici affondavano tanto nella civiltà greco-romana quanto nelle grandi religioni abramitiche. Equidistante dal capitalismo americano e dal «termitaio» marxista sovietico, tentò di tracciare un cammino autonomo, ancorato alla storia e alla geografia della sponda meridionale del Mediterraneo.
La sua caduta, nel 2011, in seguito all’intervento occidentale promosso soprattutto dalla Francia di Sarkozy e sostenuto dagli Stati Uniti di Obama, si inserisce nel quadro più ampio di quella politica interventista che, trovando sponde anche in settori della sinistra occidentale, ha smantellato diversi regimi laici del mondo arabo senza che al loro posto sorgessero ordinamenti più stabili o democratici. In Libia il risultato è stato una lunga frammentazione del Paese, l’ascesa di milizie e formazioni islamiste, e un vuoto di potere che ha pesato – e continua a pesare – anche sull’Italia, in termini di sicurezza e flussi migratori. La fine di Gheddafi ha lasciato, oltre a una Libia lacerata, un interrogativo che a distanza di anni merita di essere affrontato fuori dagli schemi di allora: che cosa rappresentò davvero l’esperimento gheddafiano?
Un aspetto poco ricordato riguarda il rapporto di Gheddafi con la religione. Nel 1975, durante un colloquio a Bengasi, il leader libico ironizzò sulla caricatura che lo dipingeva come un fanatico intento a convertire il mondo all’islam. La sua posizione, almeno secondo questa testimonianza, era più singolare: non pretendeva che gli ebrei rinnegassero la Torah né che i cristiani abbandonassero il Vangelo «per prendere il turbante». A entrambi chiedeva soltanto di riconoscere in Maometto un profeta, allo stesso modo in cui i musulmani riconoscono la natura profetica di Mosè e di Gesù.
Dietro questa concezione affiora un’idea religiosa di più vasta portata. Nel Corano si legge: «Prima del Corano, noi eravamo musulmani». Maometto, secondo questa lettura, non sarebbe il fondatore di una religione nata ex nihilo, bensì il continuatore dei profeti che lo hanno preceduto; l’islam non si presenterebbe dunque come eresia o rottura, ma come compimento. Al di là delle diverse forme attraverso cui il divino si è manifestato, vi sarebbe un’unica grande teofania. Il discorso può spingersi persino oltre i confini delle tre religioni abramitiche: accanto ad Abramo e a Cristo possono comparire Cibele, Osiride o il culto solare di Eliogabalo. Esperienze diversissime, certo, ma nelle quali è possibile scorgere l’antico desiderio di ricondurre la molteplicità del sacro a un principio unitario.
In un saggio tra i tanti, Gheddafi viene accostato a Maurice Barrès e a René Guénon. Del primo avrebbe avuto il senso quasi carnale dell’appartenenza a una terra e a una civiltà: soltanto che, al posto della Lorena, il suo orizzonte era quello, ben più vasto, del Mediterraneo. A Guénon lo avvicinava la ricerca di una tradizione spirituale capace di risalire, al di là delle differenze tra i singoli culti, a un principio comune. Ma Gheddafi era anche uomo d’azione e di governo, ed è qui che interviene il richiamo a Marco Aurelio: come l’imperatore filosofo, avrebbe riunito nella stessa persona il contemplativo e il capo di Stato. Un paragone certamente ardito, ma efficace nel tratteggiare l’immagine di un nazionalista mediterraneo per il quale politica, religione e tradizione appartenevano a un medesimo orizzonte.
Da qui la nostalgia per una sorta di ecumenismo culturale, religioso e poetico che il Mediterraneo antico conobbe meglio di quanto siamo soliti immaginare. Pierre Rossi, nella Cité d’Isis, ha ricostruito proprio un Oriente delle origini nel quale civiltà e culti differenti comunicavano fra loro senza necessariamente perdere la propria individualità. La Libia costituisce, da questo punto di vista, un osservatorio privilegiato. È la terra di Cirene, legata dal mito ad Apollo; la terra di Aristippo e della scuola cirenaica. Terra africana, araba e musulmana, certamente, ma anche profondamente mediterranea, attraversata fin dall’antichità da uomini, merci, dèi e idee provenienti dalle diverse sponde del Mare Nostrum. Guardarla soltanto attraverso le categorie geopolitiche contemporanee significa amputarne la profondità storica.
Gheddafi rifiutava tanto il capitalismo quanto il comunismo sovietico e guardava con pari diffidenza al parlamentarismo rappresentativo, nel quale vedeva una forma di espropriazione della sovranità popolare. La sua Terza teoria universale immaginava una democrazia diretta fondata sui congressi e sui comitati popolari e, sul terreno economico, cercava una strada diversa sia dall’accumulazione capitalistica sia dalla collettivizzazione marxista. Tra questa costruzione teorica e la realtà del regime libico esistevano contraddizioni che sarebbe ingenuo ignorare. Ma proprio la distanza fra teoria e prassi rende Il Libro verde un documento interessante: testimonia il tentativo di immaginare una modernità diversa tanto da quella occidentale quanto da quella sovietica, facendo appello a una tradizione insieme araba, africana e mediterranea.
Ricomporre ciò che la modernità aveva separato – la politica dalla religione, l’Oriente dall’Occidente, l’identità nazionale da una vocazione universale – fu forse, almeno nelle intenzioni, il progetto del Colonnello. È anche per questo che Gheddafi andrebbe sottratto alla caricatura cui è stato spesso ridotto e interrogato, invece, come interprete di un esperimento che volle collocarsi al di fuori delle due grandi ortodossie del Novecento. Un sogno insieme religioso, politico e mediterraneo, la cui fine violenta ha lasciato dietro di sé non la democrazia promessa, ma un Paese spezzato e un Mediterraneo più instabile.
Giuseppe Balducci
