Nella vasta drammaturgia della storia europea moderna, poche relazioni politiche e umane assumono la densità e la complessità del duello consumatosi tra Napoleone Bonaparte e lo zar Alessandro I di Russia. Più che un semplice scontro fra attori di potenze rivali, la loro fu una relazione scandita da un vicendevole esercizio di seduzione diplomatica e, infine, da uno scontro titanico che avrebbe ridotto in cenere i resti della Grande Armata e ridisegnato i confini del potere mondiale.
Il momento di maggiore tensione emotiva si colloca nel luglio del 1807, all’indomani della sanguinosa e risolutiva campagna che aveva visto le armate francesi trionfare sui russi a Friedland. Consapevole dell’impossibilità di annientare completamente la Russia sul proprio terreno e desideroso di un nuovo ordine europeo, Napoleone optò per la diplomazia del fascino.
L’incontro, avvenuto a Tilsit, su una fastosa zattera appositamente allestita e ancorata al centro del fiume Niemen, neutrale confine naturale tra le due sfere d’influenza, rimase impresso nell’immaginario collettivo come il bacio geopolitico che univa il continente: da una parte l’Occidente sotto l’egemonia napoleonica, dall’altra l’Oriente affidato alle ambizioni imperiali dei Romanov, con il tacito accordo di isolare la Gran Bretagna.
Le fonti memorialistiche e la storiografia concordano sulla natura quasi magnetica di quell’incontro. Napoleone, profondamente colpito dalle maniere aristocratiche, dall’eloquenza e dalla raffinata ambiguità del sovrano russo, si spinse a pronunciare parole celebri quanto rivelatrici: «Se fosse una donna, ne farei la mia amante». Dal canto suo, Alessandro rimase soggiogato dal carisma del Bonaparte, descrivendolo inizialmente come un inviato del destino, l’uomo più straordinario che avesse mai calpestato la scena politica europea. Ciononostante, dietro le lusinghe di facciata, lo zar celava una natura sfuggente e pragmatica, che porterà più tardi lo stesso Napoleone a definirlo con disperzzo uno «scaltro bizantino» e un «Talma [noto attore francese] del Nord», capace di recitare qualsiasi parte sulla scena del mondo.
L’idillio di Tilsit era infatti fondato su premesse fragili, minate da interessi economici e geopolitici inconciliabili. Il pilastro su cui poggiava l’alleanza franco-russa era il Blocco Continentale, il sistema di embargo doganale concepito da Napoleone per strangolare economicamente la Gran Bretagna.
Per la Russia, la cui economia agraria dipendeva in misura vitale dall’esportazione di materie prime e cereali verso i mercati britannici, il blocco si tradusse in una catastrofe finanziaria. I motivi di frizione si moltiplicarono poi rapidamente a causa di nodi cruciali: la ricostituzione del Granducato di Varsavia, fortemente voluto da Napoleone e percepito dalla corte russa come una minaccia strategica intollerabile e un cuneo puntato al cuore dei confini; le mire espansionistiche russe nei Balcani e ai danni dell’Impero Ottomano, che trovarono la costante opposizione diplomatica di Parigi; e infine il contrabbando tollerato dallo zar, che iniziò a chiudere un occhio per permettere alle merci britanniche di continuare a penetrare nei porti russi, eludendo i controlli francesi.
Il fallimento del successivo congresso di Erfurt nel 1808 sancì l’irreversibile deterioramento del rapporto. La fiducia reciproca evaporò completamente, lasciando spazio alla convinzione che lo scontro finale fosse ormai inevitabile.
Il 1812 segnó la rottura definitiva e la discesa agli inferi di Bonaparte. Convinto che l’alleanza con la Russia fosse ormai una finzione diplomatica e che lo zar stesse segretamente negoziando con Londra, Napoleone commise l’errore fatale di mobilitare la Grande Armata, con oltre seicentomila uomini provenienti da tutta Europa per varcare il fiume Niemen e puntare al cuore della Russia.
Di fronte alla soverchiante superiorità tattica della macchina militare francese in campo aperto, Alessandro I, sostenuto da una lucida visione strategica e consigliato da figure chiave del suo stato maggiore, approvò una linea d’azione spietata quanto geniale: evitare la grande battaglia risolutiva, indietreggiare sistematicamente nell’immenso entroterra russo e applicare la tattica della terra bruciata.
L’ingresso di Napoleone a Mosca, trovata deserta, saccheggiata e data alle fiamme dai russi stessi, si trasformò in una trappola mortale. L’implacabile inverno russo, unito alle continue e sferzanti incursioni della cavalleria cosacca, decimò le truppe imperiali. La ritirata si risolse in una rotta apocalittica che distrusse non solo l’esercito napoleonico, ma l’aura stessa d’invincibilità dell’imperatore dei francesi.
Il contraccolpo politico della disfatta russa invertì radicalmente i ruoli sulla scena continentale. Tra il 1813 e il 1814, Alessandro I assunse il ruolo di guida spirituale e politica delle coalizioni antifrancesi, finanziando e spingendo le armate coalizzate sino al cuore dell’Europa occidentale.
Nel marzo del 1814, quando le truppe alleate entrarono vittoriose nella capitale francese, lo zar Alessandro fece il suo ingresso trionfale a Parigi. In quell’atto si compì la parabola storica del loro rapporto: l’imperatore russo tuttavia non si comportò da sovrano assetato di vendetta sanguinaria, ma volle vestire i panni del monarca illuminato, dell’arbitro magnanimo e civilizzatore del destino europeo.
A Bonaparte non restava che l’esilio dell’Elba, e bere sino all’ultimo sorso, dopo l’eroico sussulto dei Cento Giorni, il calice della propria disfatta.
Ad ogni modo, dal fratello abbraccio sulla zattera del Niemen al gelo definitivo della steppa russa, il legame tra Napoleone e Alessandro resta il più grande e tragico romanzo geopolitico del XIX secolo: il confronto titanico tra due monarchi troppo immensi e ambiziosi per poter coesistere nello spazio ristretto di un unico continente, o forse spinti al disamore da un grande terzo incomodo come la Gran Bretagna.
G. B.
