La fabbrica dell’emergenza: perchè il sistema economico si nutre di crisi permanenti

Dalla gestione pandemica che ha ridefinito i confini del controllo sociale, passando per l’ombra costante della guerra ibrida fino al recente attacco con droni all’aeroporto di Lipsia — ascritto ad agenti russi e definito senza mezzi termini dalla presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen come il segnale di una «nuova normalità» a cui gli europei devono abituarsi —, il passo è breve. C’è un filo rosso che lega le emergenze sanitarie a quelle geopolitiche: la messa a sistema dello shock.
Il capitalismo contemporaneo non punta più alla stabilità, bensì a un meccanismo complesso che si alimenta ciclicamente della crisi. Lungi dall’essere anomalie accidentali o guasti temporanei, le emergenze sono diventate il carburante essenziale per la sopravvivenza e l’espansione economica globale.
La logica profonda di questo modello si fonda sulla necessità cronica di superare i limiti della sovrapproduzione e della stagnazione. Quando i mercati tradizionali rallentano, il sistema entra in sofferenza. È qui che l’emergenza agisce come un potente detonatore: azzera i debiti simbolici, svaluta il capitale esistente per permetterne una nuova concentrazione e apre interi mercati vergini. La catastrofe, o la percezione costante di essa, giustifica interventi statali massicci che dirottano risorse pubbliche verso il settore privato, finanziando grandi opere, transizioni tecnologiche coatte e apparati di sicurezza.
In questo scenario, la sicurezza, la salute e il benessere cessano di essere diritti fondamentali o beni pubblici per trasformarsi in lucrose merci (si pensi a quanto affermato dal presidente del World Economic Forum circa l’acqua!). Ogni crisi genera una domanda artificiale e ineludibile: si comprano beni di rifugio, tecnologie di controllo, polizze assicurative, farmaci d’emergenza e consulenze strategiche per la difesa. La vulnerabilità collettiva diventa così una miniera d’oro per chi possiede i capitali per investire nelle soluzioni. Più il mondo appare fragile e minacciato, più cresce il valore di mercato di chi offre protezione, creando un perverso incentivo a mantenere alta la soglia di allarme.
La celebre teoria della distruzione creatrice di Joseph Schumpeter trova oggi la sua massima espressione nell’economia dello shock permanente. Non è più l’innovazione tecnologica spontanea a rinnovare il tessuto produttivo, ma l’evento destabilizzante. Una crisi scuote le fondamenta dei mercati, spazzando via le piccole imprese meno strutturate e favorendo colossali processi di concentrazione monopolistica nelle mani di poche multinazionali e fondi d’investimento globali. Subito dopo lo shock, partono i piani di rilancio e ricostruzione finanziati a debito, che garantiscono profitti sicuri e blindati dallo Stato per anni.
Il bisogno di emergenza ha infine una fortissima valenza politica e sociale. Lo stato d’eccezione permanente normalizza la sospensione dei diritti sindacali e civili in nome dell’urgenza e dell’interesse superiore. Di fronte al pericolo imminente — che si tratti di un crollo delle borse, di un virus globale o di un’escalation militare ai confini —, il dissenso viene neutralizzato e le decisioni economiche più impopolari vengono calate dall’alto senza passare attraverso il filtro della mediazione democratica. Il risultato è una società perennemente sulla difensiva, frammentata e incapace di immaginare un futuro diverso, intrappolata in un eterno presente in cui l’unica certezza è la prossima crisi da affrontare.
Giovanni Balducci 

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