I blocchi della cultura: quando lo stereotipo sostituisce la conoscenza

Esistono forme di ignoranza che non derivano semplicemente dal non sapere, ma dal credere di sapere già. È questo uno dei principali blocchi culturali del nostro tempo: una persona sente pronunciare una parola come Medioevo, Islam, filosofia, impero, religione, aristocrazia, popolo o scienza e nella sua mente compare immediatamente un’immagine già pronta. Non è necessariamente un’immagine costruita attraverso lo studio, ma spesso nasce da una pubblicità in televisione, da un titolo letto rapidamente, da un film, da una battuta, da un post su un social network o da anni di semplificazioni ripetute. Il problema non consiste nell’avere una prima impressione, perché tutti ne abbiamo, ma sorge nel momento in cui quella prima impressione diventa una barriera che impedisce di conoscere ciò che si trova dietro di essa.

Prendiamo il Medioevo. Nel linguaggio comune basta dire «siamo tornati al Medioevo» per evocare arretratezza, ignoranza, violenza, superstizione e sporcizia. Nei film e nelle rappresentazioni popolari l’uomo medievale viene spesso trasformato in una caricatura: rozzo, fanatico, incapace di ragionare. Poi si comincia a leggere e improvvisamente si incontrano le università medievali, le grandi dispute filosofiche, la scolastica, le cattedrali, le innovazioni agricole e tecniche, le città mercantili, il diritto, le corporazioni, Dante, Tommaso d’Aquino, Abelardo, Ockham. Questo, intendiamoci, significa trasformare il Medioevo in un’età perfetta: guerre, persecuzioni, carestie e violenze esistevano eccome. Significa però comprendere che circa mille anni di storia europea non possono essere ridotti alla parola «buio». Chi conosce soltanto la caricatura vede un uomo medievale e ride; chi approfondisce si domanda invece che cosa pensasse quell’uomo, quale fosse il suo universo mentale, quali problemi cercasse di risolvere e quali conoscenze possedesse.

Qualcosa di simile avviene quando si parla di Islam. Una persona che abbia incontrato il mondo islamico quasi esclusivamente attraverso notizie di terrorismo, criminalità, guerre o fondamentalismo rischia di costruire un’associazione automatica: Islam uguale violenza. Ma quella è cronaca, non storia di una civiltà. Basta iniziare ad approfondire per incontrare un universo immensamente più vasto. Si incontra Averroè, filosofo, medico e giurista di Cordova, uno dei grandi commentatori di Aristotele, la cui opera ebbe un’enorme influenza anche sulla filosofia europea; si incontra Avicenna, protagonista della storia della filosofia e della medicina; si incontrano matematici, astronomi, medici, traduttori e studiosi che operarono da Baghdad all’Andalusia. Si scoprono biblioteche, centri di studio, discussioni filosofiche, scuole giuridiche, poesia, architettura e secoli di rapporti, pacifici e conflittuali, con il mondo cristiano, ebraico, persiano, indiano e mediterraneo. Anche qui il punto non è idealizzare: il mondo islamico, come quello cristiano, europeo o asiatico, contiene epoche splendide e pagine terribili. Il problema è credere che una civiltà di oltre un millennio possa essere spiegata attraverso il telegiornale della sera.

Lo stesso meccanismo riguarda l’antica Roma. Per molti Roma significa legionari, gladiatori, imperatori crudeli e banchetti decadenti. Sono elementi reali, ma rappresentano una piccolissima parte di una storia molto più complessa. Dietro Roma esistono il diritto, l’amministrazione, l’ingegneria, la retorica, la filosofia, le reti commerciali, l’organizzazione delle città, la cittadinanza e un immenso processo di incontro e scontro tra popoli diversi. Quando si cominciano a leggere le opere di Cicerone, Orazio, Seneca o Marco Aurelio, questi uomini vissuti duemila anni fa smettono improvvisamente di sembrare così lontani, perché parlano di ambizione, paura, amicizia, morte, potere, felicità e debolezza umana.

Un altro blocco culturale riguarda la filosofia. Quante volte si sente dire: «A che cosa serve?». La domanda nasce spesso dall’idea che sia un’attività astratta praticata da persone che discutono di questioni incomprensibili e oziose. Eppure molte idee che utilizziamo quotidianamente senza rendercene conto sono il risultato di secoli di discussione filosofica. Che cosa rende giusta una legge? Che cosa significa essere liberi? Da dove deriva l’autorità politica? Esistono limiti alla conoscenza? Che cosa rende una persona moralmente responsabile? Qual è il rapporto tra individuo e società? Sono domande filosofiche prima ancora che politiche o giuridiche. Una persona può ignorare la filosofia, ma è molto più difficile vivere fuori dalle conseguenze delle idee filosofiche.

La semplificazione funziona perfino nella direzione opposta quando si parla di scienza. La scienza viene talvolta rappresentata come una macchina che produce certezze assolute, riassunte nella formula «lo dice la scienza». Chi studia davvero il metodo scientifico scopre invece una realtà più interessante: la scienza procede attraverso ipotesi, osservazioni, esperimenti, errori, verifiche, controversie, correzioni e revisioni. La sua forza non consiste nell’essere infallibile, ma nella capacità di mettere continuamente alla prova le proprie conclusioni. Anche qui la conoscenza distrugge una caricatura, perché sostituisce l’immagine semplicistica con la comprensione di un metodo.

Persino parole come «barbaro» ingannano. Nell’immaginario comune arrivano uomini coperti di pelli, urlanti, primitivi, desiderosi soltanto di distruggere Roma. Poi si studiano Goti, Longobardi, Franchi e altri popoli e si scoprono regni, legislazioni, conversioni religiose, alleanze matrimoniali, rapporti diplomatici, eserciti organizzati e continue contaminazioni con il mondo romano. La realtà è molto meno cinematografica e molto più interessante, proprio perché obbliga a rinunciare all’immagine pronta e ad accettare la complessità.

Questo meccanismo diventa particolarmente importante quando dalla storia e dalla cultura si passa alla geopolitica. Anche gli Stati, i popoli e le civiltà vengono spesso compressi dentro immagini semplici: l’Occidente, l’Oriente, il mondo islamico, la Russia, la Cina, l’Europa, il Mediterraneo. Espressioni utili per orientarsi possono trasformarsi rapidamente in categorie rigide, come se al loro interno esistessero società perfettamente uniformi, interessi immutabili e comportamenti sempre prevedibili. Eppure comprendere un Paese non significa soltanto osservare le decisioni del suo governo in un dato frangente storico, così come comprendere un conflitto non significa limitarsi alla successione degli eventi militari, o peggio alla loro rappresentazione mediatica. Dietro le scelte politiche esistono geografia, memoria storica, identità, economia, demografia, religione, risorse, percezioni della sicurezza e rapporti costruiti nel corso di decenni o di secoli. Uno stereotipo può bastare per formulare uno slogan; raramente basta per comprendere perché milioni di persone, istituzioni e Stati interpretino il mondo in maniera diversa dalla nostra.

Qui arriviamo al cuore del problema: informarsi non significa necessariamente conoscere. Una persona può trascorrere ore ogni giorno davanti a notiziari, social network e programmi televisivi e rimanere culturalmente povera, non perché televisione, giornali o Internet siano necessariamente inutili, ma perché l’informazione frammentaria non coincide con la conoscenza. E la cultura comincia spesso esattamente nel punto in cui termina lo stereotipo. Leggere produce infatti un effetto particolare: rende il mondo più difficile da semplificare. Dopo aver studiato seriamente una civiltà diventa più difficile disprezzarla in blocco; dopo aver letto un autore diventa più difficile trasformarlo in una caricatura; dopo aver conosciuto un’epoca diventa più difficile giudicarla attraverso una battuta. Non perché lo studio impedisca di criticare, ma perché permette di criticare meglio.

Giovanni Balducci 

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