Il «metodo Soros»: dai mercati finanziari all’influenza sulla società civile

Quando si parla di “metodo Soros” si rischia spesso di cadere in due semplificazioni opposte: da un lato l’immagine del filantropo progressista che usa la propria ricchezza soltanto per sostenere diritti e democrazia, dall’altro quella del regista occulto capace di dirigere governi, mercati e movimenti politici. Una lettura più seria deve invece partire dai fatti documentabili: George Soros ha esercitato una forte influenza prima attraverso la finanza e poi attraverso una vasta rete filantropica e di sostegno alla società civile.

La sua attività finanziaria è legata al concetto di “riflessività”, cioè all’idea che i mercati non si limitino a rispecchiare la realtà economica, ma contribuiscano a modificarla. Le aspettative degli investitori possono influenzare i prezzi, e i prezzi a loro volta possono rafforzare quelle stesse aspettative. Soros ha spiegato questa impostazione nei suoi scritti e interventi sulla teoria della riflessività, costruendo parte della propria strategia sulla ricerca di situazioni in cui il mercato fosse vulnerabile e in cui grandi movimenti di capitale potessero accelerare tendenze già in corso.

Il caso più noto resta la crisi della sterlina del 1992, il cosiddetto Black Wednesday. Soros e altri grandi operatori scommisero contro la valuta britannica, che era sottoposta a forti tensioni nel sistema monetario europeo. Nello stesso settembre del 1992 anche la lira italiana finì sotto una fortissima pressione speculativa, tanto che la Banca d’Italia intervenne sul mercato dei cambi e alzò i tassi nel tentativo di difenderla. Le pressioni si concentrarono inizialmente sulla sterlina e sulla peseta e si estesero poi nuovamente alla valuta italiana; il 17 settembre l’Italia sospese gli interventi obbligatori previsti dallo SME. Il risultato fu pesantissimo: la lira uscì temporaneamente dal Sistema Monetario Europeo e arrivò a perdere circa il 20% del proprio valore. La stessa Banca d’Italia ricorda che la crisi valutaria dell’estate 1992 colpì numerose monete europee e provocò una forte caduta della valuta italiana. In altre parole, il meccanismo osservato contro la sterlina si manifestò anche in Italia: individuazione di una valuta vulnerabile, vendite speculative, crescente perdita di fiducia e intervento della banca centrale per difendere un cambio diventato sempre più difficile da sostenere. Entrambi gli episodi mostrano con chiarezza quanto grandi capitali privati possano incidere su mercati fragili, trasformando una previsione in una forza che contribuisce alla pressione già esistente.

La fase successiva è ancora più importante dal punto di vista politico e sociale. Attraverso le Open Society Foundations, Soros ha destinato decine di miliardi di dollari a organizzazioni impegnate in settori come diritti civili, istruzione, libertà di espressione, minoranze e società civile. Le stesse Open Society Foundations dichiarano che Soros ha trasferito alla propria rete filantropica decine di miliardi di dollari nel corso degli anni. Qui il potere cambia forma: non si tratta più di intervenire direttamente sui prezzi finanziari, ma di sostenere strutture capaci di influenzare il dibattito pubblico nel lungo periodo.

Il punto critico non è immaginare un controllo diretto su ogni organizzazione finanziata. Finanziare un’associazione non significa automaticamente impartirle ordini, e molte organizzazioni mantengono una propria autonomia. Il problema è più sottile: chi dispone di enormi risorse economiche può decidere quali temi sostenere, quali progetti rendere possibili, quali ricerche finanziare e quali reti rafforzare. In questo senso il denaro può trasformarsi in capacità di orientare l’agenda pubblica senza passare attraverso un mandato elettorale.

Questo problema non riguarda soltanto Soros. Riguarda ogni grande patrimonio privato che investe somme enormi in università, fondazioni, think tank, organizzazioni civiche, mezzi di comunicazione o campagne culturali. Il nodo democratico è evidente: in una società fondata formalmente sull’uguaglianza politica, alcuni individui possono disporre di una capacità di intervento pubblico enormemente superiore a quella del cittadino medio. Il filosofo politico Rob Reich ha affrontato proprio questo problema nel volume Just Giving, dedicato al rapporto tra grande filantropia e democrazia.

Per questo è utile distinguere con precisione tra influenza e controllo. L’influenza può essere reale e significativa anche senza una regia centralizzata. Un grande finanziatore non deve necessariamente controllare ogni singola decisione per incidere sul contesto nel quale quelle decisioni vengono prese. Sostenere determinate reti, temi e istituzioni può modificare nel tempo il peso relativo di alcune idee nello spazio pubblico.

Il paradosso è evidente proprio nel caso di Soros. Il suo progetto filantropico si richiama alla “società aperta” di Karl Popper, cioè a un sistema fondato sul pluralismo, sulla libertà e sull’assenza di monopoli ideologici. Ma se la difesa della società aperta dipende in misura rilevante dalla capacità finanziaria di un singolo miliardario, emerge una contraddizione strutturale: un progetto che vuole limitare le concentrazioni di potere politico viene sostenuto attraverso una fortissima concentrazione di potere economico.

La questione centrale, allora, non è stabilire se Soros sia “buono” o “cattivo”, ma chiedersi fino a che punto una democrazia debba accettare che enormi patrimoni privati si trasformino in potere sociale e culturale. Il tema riguarda la trasparenza dei finanziamenti, l’indipendenza delle organizzazioni sostenute, la concentrazione dell’influenza e il rapporto tra ricchezza privata e formazione dell’opinione pubblica. In questo senso Soros è meno un’eccezione che un caso emblematico di un problema più ampio: la capacità dei grandi patrimoni di diventare attori strutturali della vita pubblica senza esercitare formalmente il potere politico.

Giovanni Balducci

 

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