Nel panorama dell’informazione internazionale, poche testate vantano l’aura di intoccabile autorevolezza di The Economist. Fondato a Londra nel 1843 da James Wilson come baluardo del libero scambio e del liberalismo economico, il celebre settimanale non è mai stato un semplice organo di stampa. Dietro la facciata di una rigorosa autonomia editoriale garantita da istituzioni di trustee, si muove una fitta rete di controllo saldamente radicata nei gangli dell’alta finanza globale. Nel suo azionariato storico e contemporaneo figurano dinastie e holding di peso come i Rothschild, i Cadbury, i Schroder, i Layton e, dal 2015, la Exor della famiglia Agnelli, che detiene la quota di maggioranza relativa con il 43,4% del capitale. Più che la prova di una cabina di regia occulta, questo assetto restituisce il ritratto fedele di un club esclusivo: i proprietari e i dirigenti di The Economist siedono esattamente là dove vengono tracciate le linee guida dell’economia e della politica planetaria.
Questa vicinanza strutturale ai centri di comando spiega la portata delle sue famigerate copertine di fine anno, come quella concepita per il 2027. Lontane dall’essere semplici esercizi di previsione o bizzarrie estetiche, queste immagini agiscono come vettori di “profezie autoavveranti”. Mettendo in scena incendi, catastrofici eventi climatici, carenze idriche, inflazione galoppante, virus e una sorveglianza digitale pervasiva — con l’emblematica famiglia protetta sotto una cupola di vetro mentre la massa osserva con devozione —, la pubblicazione contribuisce a normalizzare l’emergenza permanente. Delineare costantemente un futuro di catastrofi e disuguaglianze radicali spinge governi e mercati ad allinearsi a quei presupposti, legittimando la progressiva erosione delle libertà individuali in nome della sicurezza e della tecnologia.
La pretesa di imporre un pensiero unico sul domani si riflette specularmente sul piano accademico e politico, dove la testata adotta sistematicamente un tono sprezzante e paternalistico. Sono gli stessi, del resto, che negli anni in cui l’Italia era guidata da Silvio Berlusconi scatenarono una campagna furibonda, facendo il diavolo a quattro non solo per colpire politicamente il leader di governo, ma arrivando a gettare fango sull’intera nazione, dipinta con copertine infamanti come un paese geneticamente inaffidabile e ingovernabile. Chiunque rifiuti il dogma liberista o osi sfidare i canoni stabiliti viene regolarmente esposto alla gogna. Ne è un esempio lampante il duro attacco sferrato dal settimanale contro Daron Acemoglu, fresco premio Nobel per l’Economia e studioso di fama globale. Di fronte alle posizioni critiche di Acemoglu sull’intelligenza artificiale — considerata uno strumento di concentrazione della ricchezza e di erosione del lavoro umano se lasciata in mano ai monopoli tecnologici — The Economist ha risposto con una stroncatura mirata a demolire l’intera sua traiettoria scientifica, confermando che quando una voce autorevole rifiuta di allinearsi ai desiderata dei mercati, la risposta dei circoli finanziari non è il contraddittorio, ma la delegittimazione sistematica.
Questa strategia di dominio culturale si estende pericolosamente agli equilibri geopolitici, dettando agende di scontro frontale che non ammettono repliche. Proprio come avviene sul terreno delle tensioni internazionali — dove il confronto logorante tra Russia, Ucraina e blocco occidentale viene sistematicamente esasperato da narrazioni che evocano inevitabili derive catastrofiche, alimentate anche da pressioni interne e calcoli di sopravvivenza politica descritti da testate internazionali come The Economist, secondo cui lo stesso Vladimir Putin avrebbe confidato ai suoi fedelissimi timori drastici riassunti nell’emblematica frase: “Se la Russia non conquista il Donbass mi impiccano” —, il fine ultimo resta la fabbricazione di un consenso obbligato attorno alla logica della guerra permanente. La convergenza d’interessi tra i mercati e la geopolitica del terrore finisce così per azzerare qualsiasi spazio per soluzioni negoziate o alternative sociali.
Di fronte a un sistema che sfrutta la paura programmata e l’ironia d’élite per soffocare il pensiero critico, l’augurio irrinunciabile è che simili scenari vengano smentiti dai fatti. Smascherare i meccanismi con cui i poteri forti confezionano il futuro è il primo passo indispensabile per sottrarsi alla loro tutela e riconquistare una reale sovranità.
Redazione
