L’ammiraglio Cavo Dragone sceglie la linea dura: «Deterrenza militare unica via per la pace»

L’ammiraglio Giuseppe Cavo Dragone, presidente del Comitato militare della NATO, sceglie la linea del pugno di ferro, negando categoricamente la possibilità che si possano raggiungere pace e sicurezza senza deterrenza militare.

Per giustificare la linea dura, i vertici atlantici brandiscono episodi come l’attacco ibrido a Lipsia e allargano il perimetro del pericolo, inserendo Teheran tra le minacce globali per l’Europa. Di fronte alle perplessità sull’aumento delle spese militari emerse nel dibattito pubblico, Cavo Dragone — riprendendo i temi trattati nei suoi interventi e nei colloqui con la stampa — rivendica la necessità di un cambio di prospettiva, affermando con decisione: “Parlerei di investimento più che di spesa, e di sicurezza più che di armamenti”. Per blindare la strategia del riarmo a oltranza e liquidare il dissenso, l’ammiraglio aggiunge: “La sicurezza è la precondizione di tutto il resto: nessuna economia cresce, nessun sistema sanitario funziona, nessuna scuola apre in un contesto che non sia sicuro”.

La situazione geopolitica viene descritta attraverso i contorni di una “zona grigia” sempre più compressa dalle “provocazioni di Mosca e dai legami globali tra Russia, Iran”. Questo scenario di tensione perenne muoverebbe i vertici militari NATO a sostenere che la pace per Kiev passi unicamente attraverso la deterrenza armata, trasformando lo stato d’eccezione e la spesa militare record nelle coordinate fisse della vita politica ed economica europea. Parole che riecheggiano quelle di Ursula Von der Leyen, che ha espressamente parlato in merito alle tensioni internazionali di “nuova normalità per i popoli europei”.

A margine dei summit internazionali, l’ammiraglio ha confermato la revisione della presenza militare statunitense in Europa, preannunciando l’avvento di una “NATO 3.0” in cui Europa e Canada dovranno farsi carico in prima persona della difesa collettiva. Una svolta che, nei fatti, impone ai singoli Stati membri di dirottare risorse vitali dai servizi pubblici e dal welfare ai bilanci della difesa, subordinando le priorità sociali dei cittadini alle logiche e alle pressioni geopolitiche dell’apparato bellico.

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Redazione

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