Voto in Germania: quando le politiche di riarmo aprono la strada agli euroscettici

C’è un errore che rischia di impedire alle classi dirigenti europee di comprendere ciò che sta accadendo: considerare ogni avanzata dei partiti antisistema come un fenomeno isolato, spiegabile soltanto con immigrazione, inflazione o protesta sociale. Questi elementi pesano, ma sotto la superficie sembra essersi aperta una frattura più profonda. Una parte crescente dell’opinione pubblica non contesta più soltanto singole decisioni dei governi, ma l’intero sistema di priorità politiche, economiche e internazionali costruito negli ultimi anni.

Il segnale più recente arriva dalla Germania orientale. Alle elezioni regionali del 6 settembre 2026 in Sassonia-Anhalt, Alternative für Deutschland ha sfiorato il 44% dei consensi, conquistando 39 seggi su 83, mentre la CDU del cancelliere Friedrich Merz si è fermata intorno al 17%. Prima del voto, l’87% degli intervistati si dichiarava insoddisfatto della leadership politica nazionale. Dietro questo risultato ci sono immigrazione, costo della vita, stagnazione economica, burocrazia e timori per il futuro dell’industria. Ma sarebbe difficile ignorare anche il rapporto con la Russia e il crescente dissenso verso le conseguenze economiche e politiche della guerra in Ucraina.

Nell’ex Germania Est il rapporto storico con Mosca è diverso da quello delle regioni occidentali e una parte dell’elettorato associa il deterioramento delle relazioni russo-tedesche alla crisi di un modello industriale che per anni aveva beneficiato di forniture energetiche russe convenienti. L’AfD ha intercettato questo sentimento chiedendo la fine delle sanzioni, lo stop all’assistenza militare a Kiev e il ritorno a rapporti economici con Mosca. Sarebbe semplicistico trasformare il voto in un referendum sull’Ucraina; sarebbe però altrettanto semplicistico sostenere che sanzioni, energia e politica estera non abbiano contribuito alla protesta. Del resto, il fenomeno viene da lontano: già alle federali del 2025 l’AfD aveva raggiunto il 20,8%, più che raddoppiando il risultato del 2021. Quando guerra, energia e sanzioni incidono su prezzi, industria e potere d’acquisto, la politica estera inevitabilmente diventa politica interna.

Giovanni Balducci

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