Per gran parte della storia contemporanea la gravità di una crisi diplomatica si è misurata attraverso segnali eclatanti: richiamo di ambasciatori, sanzioni, rottura delle relazioni. Sotto questi gesti esiste però un’infrastruttura meno visibile — consolati, istituti culturali, addetti militari, programmi di cooperazione — che impedisce alla rivalità politica di trasformarsi in separazione totale. È proprio questa infrastruttura a essere oggi sotto pressione: le relazioni non si rompono, si restringono progressivamente, misura dopo misura, finché la diplomazia smette di essere solo lo strumento con cui si amministra il conflitto e diventa uno dei terreni su cui si combatte.
Gli eventi di questi giorni offrono una sequenza istruttiva. Fra Regno Unito e Russia, espulsioni reciproche di diplomatici hanno accompagnato il sostegno britannico all’Ucraina; a luglio l’ambasciatore russo Andrei Kelin ha lasciato Londra e a inizio settembre un successore non si è ancora insediato — Mosca nega ogni declassamento, ma l’ambasciata resta di fatto senza vertice in uno dei momenti più tesi dalla Guerra fredda. Fra Germania e Russia lo scontro ha compiuto un salto di qualità: dopo che Berlino ha attribuito a Mosca un attacco con drone contro l’aeroporto di Lipsia, la Germania ha chiuso il consolato russo di Bonn e il centro culturale Casa Russia; Mosca ha risposto chiudendo il consolato tedesco di San Pietroburgo e i Goethe-Institut in Russia. Qui la differenza è sostanziale: espellere un diplomatico riduce una missione, chiudere un consolato elimina una struttura, colpire un istituto culturale sposta la rappresaglia dal governo alla società — proprio la dimensione che l’interdipendenza economica russo-tedesca degli scorsi decenni, dopo la caduta del Muro, doveva rendere impensabile.
Il terzo fronte, quello fra Regno Unito e Israele, nasce da tutt’altra materia: la Cisgiordania. L’8 settembre Londra, Parigi e Ottawa hanno annunciato misure contro il commercio con gli insediamenti israeliani (la Germania, pur alleata di Londra sulla Russia, non ha seguito la stessa linea — segno di quanto siano mobili le geometrie diplomatiche del momento). La risposta israeliana è arrivata immediata e su più fronti: chiusura del consolato britannico a Gerusalemme Est, esclusione di Londra dalla missione di coordinamento per Gaza, fine dell’addestramento alle forze dell’Autorità Palestinese, divieto d’ingresso per alcuni cittadini britannici, incluso Jeremy Corbyn.
Non esistono prove che queste tre sequenze siano coordinate, né che Putin e Netanyahu stiano costruendo un asse comune: Mosca resta legata all’Iran, che Israele considera una minaccia esistenziale, una contraddizione che rende improbabile qualsiasi alleanza strategica. La correlazione reale è un’altra, e più inquietante: Stati profondamente diversi stanno arrivando, ciascuno per conto proprio, alla stessa grammatica — se un governo restringe il nostro spazio, noi restringiamo il suo. È una Guerra fredda modulare, fatta di misure che restano sempre sotto la soglia della rottura definitiva ma la cui somma produce, senza che nessuno l’abbia dichiarata, una separazione reale.
Il rischio immediato non è che un consolato chiuso annunci una guerra. È che ogni canale eliminato riduca la capacità di gestire la prossima crisi, specialmente quando questa nasce da un errore o da un’intenzione fraintesa: meno ambasciatori, consolati e istituti culturali significano meno punti attraverso cui due sistemi politici possono dialogare e capirsi, e più informazione filtrata solo da vertici politici e apparati di sicurezza. San Pietroburgo, Berlino, Londra e Gerusalemme — finestra storica della Russia sul mondo occidentale, capitale schierata su più fronti, città dove ogni presenza diplomatica tocca questioni di sovranità — mostrano come questa geografia delle porte chiuse, pur non toccando per ora le frontiere, ridisegni silenziosamente la geografia politica delle relazioni internazionali.
Ora, bisognerà osservare se Francia e Canada, esposte alla stessa logica sulla Cisgiordania, entreranno nella stessa spirale, se Mosca procederà con nuove restrizioni (l’8 settembre anche l’Ungheria di Orbán ha espulso dieci diplomatici russi), e se le chiusure russo-tedesche siano un punto d’arrivo o solo una tappa. Se gli episodi si moltiplicassero, non avremmo più controversie bilaterali isolate ma l’uso sistematico della presenza diplomatica come arma della competizione geopolitica, in una sorta di guerra globale (si spera solo ibrida) del tutti contro tutti. Perchè la domanda è: di questo passo quanti canali resteranno aperti quando arriverà la prossima crisi davvero pericolosa?
Giovanni Balducci
