Nei conti correnti delle famiglie europee si celano ben 10.000 miliardi di euro di risparmi. Una cifra colossale che la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen ha definito sprezzantemente “pigra” perché parcheggiata nei depositi bancari anziché essere immessa nei circuiti della speculazione e dello sviluppo industriale. Su questa immensa massa di denaro si è abbattuto un vero e proprio diktat politico: la creazione dell’Unione dei risparmi e degli investimenti da chiudere tassativamente entro la fine dell’anno.
L’approccio scelto da Bruxelles calpesta i tradizionali canoni del negoziato e del consenso comunitario. La presidente ha dettato un aut aut intransigente, avvertendo che l’accordo andrà chiuso «idealmente con tutti i 27 Stati membri, oppure, se necessario, con quelli che sono pronti». Questa formula — riassunta dal principio brutale del «con chi c’è, c’è» — certifica la volontà di spaccare l’Unione Europea pur di forzare la mano. L’obiettivo dichiarato della Commissione è mobilitare fino a 470 miliardi di euro di investimenti aggiuntivi, ispirandosi direttamente alle linee guida del rapporto sulla competitività redatto da Mario Draghi.
Dietro questa mossa aggressiva si cela una narrazione economica che ribalta completamente la realtà dei fatti. Secondo la linea di Bruxelles, la responsabilità della scarsa competitività del continente non sarebbe imputabile ai fallimenti delle politiche industriali, fiscali ed energetiche targate UE, ma ai cittadini comuni. La colpa dei risparmiatori sarebbe quella di custodire prudentemente i propri fondi nei conti correnti, anziché esporli ai rischi dei mercati finanziari per tamponare le carenze strutturali del sistema. La giustificazione ufficiale agita lo spettro delle aziende innovative costrette a fuggire all’estero per trovare capitali, ignorando che la desertificazione industriale europea è figlia di una burocrazia asfissiante e di costi di produzione insostenibili.
Il piano per l’Unione dei risparmi evoca sinistramente precedenti storici in cui la politica ha messo le mani nelle tasche dei cittadini, come avvenne in Italia nel 1992 con il governo guidato da Giuliano Amato, quando fu varata la famigerata prelievo forzoso nottetempo del 6 per mille sui conti correnti bancari.
Sotto la coperta rassicurante della retorica sull’innovazione e sulla crescita, si intravede oggi il medesimo tentativo di aggirare le sovranità nazionali e di mettere indirettamente le mani sul risparmio privato. I sacrifici generazionali accumulati dalle famiglie nei decenni rischiano così di diventare il bancomat di un’Unione Europea in crisi di identità e di risorse, disposta a tutto — persino a lacerare il mercato unico — pur di alimentare i propri ambiziosi e costosi progetti geopolitici.
Redazione
