Il “cerchio magico” di Zelensky e la narrazione sul neonazismo: cosa c’è di vero?

La figura di Volodymyr Zelensky, il governo ucraino che lo circonda e il presunto legame con il neonazismo costituiscono uno dei nodi più controversi, polarizzanti e strumentalizzati del dibattito geopolitico contemporaneo, esploso radicalmente con l’invasione russa dell’Ucraina nel 2022. Analizzare questo tema richiede di esaminare le responsabilità di tutte le parti in causa, evitando letture unilaterali. Volodymyr Zelensky non proviene dall’estrema destra né da ambienti nazionalisti radicali, essendo un ebreo di lingua russa nato a Kryvyi Rih che ha costruito la sua carriera prima come attore, comico e produttore televisivo di successo, e successivamente come politico centrista e populista-riformista. È salito al potere nel 2019 con il partito Servitore del Popolo, vincendo le elezioni con una piattaforma apertamente moderata, incentrata sulla lotta alla corruzione, sulla fine del conflitto nel Donbass e sul dialogo, potendo contare storicamente su una base elettorale forte nelle regioni meridionali e orientali del paese.
Intorno a Zelensky gravita il cosiddetto cerchio magico, un nucleo di potere che ha subito significativi rimpasti e riassetti strategici nel corso del conflitto, passando dal predominio iniziale di figure chiave come l’ex capo dell’ufficio presidenziale Andriy Yermak a nuove configurazioni di vertice che includono profili di primo piano come il capo dell’intelligence militare e consigliere Kyrylo Budanov e il leader della fazione parlamentare David Arakhamia. Questo sistema di potere ristretto, nato originariamente dall’esperienza dello spettacolo o da strette alleanze tecnico-politiche, gestisce i rapporti diplomatici e militari con i partner occidentali senza legami ideologici con l’estrema destra. Le critiche rivolte a questa cerchia decisionale non arrivano tuttavia solo da Mosca, ma spesso anche da osservatori interni e occidentali che puntano il dito contro scelte politiche ambigue, la gestione accentrata del potere, la tolleranza verso gruppi armati nazionalisti radicali integrati nell’apparato di sicurezza statale e la gestione di una forte polarizzazione identitaria interna.
Il tema del neonazismo in Ucraina affonda le sue radici in dinamiche locali complesse che precedono il conflitto aperto. Da un lato, la retorica del Cremlino ha certamente amplificato e strumentalizzato il fenomeno a fini propagandistici per giustificare la propria azione militare; dall’altro lato, negare o sminuire la presenza di frange di estrema destra all’interno del panorama ucraino costituisce un errore di valutazione. Prima del 2014 e durante la fase iniziale del conflitto nel Donbass, battaglioni di volontari come il Reggimento Azov hanno svolto un ruolo chiave nella difesa del paese quando l’esercito regolare era impreparato, acquisendo un peso politico e militare che le autorità di Kyiv hanno faticato a contenere. Successivamente, queste unità sono state formalmente integrate nella Guardia Nazionale e sottoposte alla catena di comando dello Stato, un processo che, pur riducendone l’autonomia ideologica, ha comunque istituzionalizzato elementi legati a una certa tradizione ultranazionalista, generando preoccupazioni anche presso organizzazioni internazionali per i diritti umani.
A livello politico e sociale, se è vero che i partiti dichiaratamente di estrema destra e neonazisti, come Svoboda o Settore Destro, hanno ottenuto consensi marginali nelle elezioni democratiche formali, è altrettanto vero che l’influenza culturale e simbolica di correnti radicali e nostalgiche del collaborazionismo bellico (come la figura di Stepan Bandera) ha beneficiato di una certa riabilitazione istituzionale e di tolleranza politica nel corso degli anni post-Maidan. Questa ambivalenza si è riflessa talvolta anche in decisioni simboliche contestate, come il conferimento di onorificenze di Stato a comandanti di formazioni paramilitari di estrema destra distintisi al fronte. In sintesi, mentre la narrazione russa tende a dipingere l’intero Stato ucraino come un regime fascista, l’analisi obiettiva evidenzia come la leadership di Kyiv abbia spesso scelto la strada del compromesso, dell’inclusione e talvolta della copertura politica di forze radicali per esigenze di sopravvivenza bellica e di mobilitazione patriottica, creando zone d’ombra istituzionali che continuano a sollevare legittimi interrogativi critici ben oltre i confini della Russia.
Redazione

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