Il tradimento di Berlusconi da parte del centro-destra italiano

Silvio Berlusconi, prima di morire nel giugno 2023, aveva costruito nel corso di trent’anni un blocco politico che aveva un tratto distintivo in politica estera: un atteggiamento pragmatico verso Mosca, radicato nei rapporti personali con Vladimir Putin coltivati fin dai primi anni Duemila. Questa linea — ribadita anche dopo l’invasione russa dell’Ucraina del 2022 — è un pilastro della sua visione geopolitica: diplomazia anzitutto, cautela verso l’invio di armi, primato del negoziato sull’escalation militare.
I due eredi diretti di quella stagione — Fratelli d’Italia di Giorgia Meloni e Forza Italia di Antonio Tajani — hanno preso strade opposte a quella tracciata dal Cavaliere, pur muovendosi entrambi nello spazio politico che lui ha contribuito a creare. È un tradimento, e va chiamato con il suo nome.
Non si può capire la posizione di Berlusconi sulla Russia senza passare da Gazprom. Il legame con Putin non era solo personale: era anche industriale ed economico, e Gazprom ne era il fulcro. Il grande accordo sul gas russo è stato una diretta conseguenza del sodalizio tra Berlusconi e Putin, con contratti trentennali siglati tra Gazprom e l’Italia.
Il progetto simbolo di questa alleanza fu il gasdotto South Stream, nato da accordi commerciali tra Eni e Gazprom a partire dalla fine del 2006, con l’obiettivo di collegare i giacimenti russi all’Europa meridionale scavalcando l’Ucraina. Berlusconi e Putin brindarono personalmente all’accordo firmato dal presidente di Gazprom Alexei Miller e dall’amministratore delegato di Eni Paolo Scaroni, in un clima di cordialità che andava ben oltre i rapporti diplomatici standard tra due paesi.
South Stream venne tuttavia abbandonato nel 2014, soprattutto per effetto delle pressioni americane dopo l’annessione russa della Crimea — un episodio che anticipa, in piccolo, lo scontro geopolitico che sarebbe esploso su scala molto più ampia otto anni dopo con l’invasione dell’Ucraina.
Questo è il retroterra economico e umano che spiega perché Berlusconi, fino all’ultimo, non riuscisse a considerare Putin un nemico da isolare, ma un interlocutore con cui trattare. Ed è esattamente questo retroterra che Meloni e Tajani hanno cancellato dalla linea ufficiale del centro-destra.
Giorgia Meloni ha costruito la sua credibilità internazionale proprio sul terreno che più la distanzia dall’ultimo Berlusconi: un atlantismo netto, un sostegno pressoché incondizionato all’invio di armi a Kyiv, un allineamento stretto con Washington e Bruxelles e Londra sulle sanzioni alla Russia.
FdI ha beneficiato enormemente, in termini di spazio elettorale e di legittimazione nell’area di governo, della lunga stagione berlusconiana che ha reso maggioritaria la coalizione di centro-destra, eppure sulla questione che più stava a cuore a Berlusconi negli ultimi mesi della sua vita — la ricerca di una via diplomatica al conflitto — Meloni ha scelto una linea diametralmente opposta.
Il caso di Forza Italia è ancora più stridente. Il partito conserva il nome, il simbolo, nel bene e nel male l’eredità politica di Berlusconi, Tajani ne rivendica costantemente la continuità ideale, ma sulla politica estera verso la Russia ha adottato una postura filo-atlantica che si sovrappone quasi perfettamente a quella di Meloni, allontanandosi dalle cautele espresse dal fondatore.
Ultimo resta Marco Travaglio, storico avversario di Berlusconi e direttore de Il Fatto Quotidiano, che ha costruito la propria linea editoriale sulla guerra in Ucraina attorno a posizioni critiche verso l’invio di armi, favorevoli a una soluzione negoziale, scettiche rispetto all’escalation militare — posizioni che, nella sostanza geopolitica, si avvicinano a quelle espresse da Berlusconi negli ultimi mesi di vita. Paradossalmente, l’uomo che per un ventennio ha rappresentato l’antiberlusconismo militante nel giornalismo italiano si ritrova — sulla questione ucrainapiù vicino alla postura pragmatica del Cavaliere di quanto lo siano oggi i suoi eredi politici diretti.
Redazione

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