La fine politica di Silvio Berlusconi nel novembre 2011 e la brutale eliminazione di Muammar Gheddafi nello stesso anno non sono state semplici coincidenze storiche, ma ingranaggi di un preciso riassetto geopolitico globale. La feroce pressione che oggi le potenze occidentali esercitano su Vladimir Putin non è nata improvvisamente con il recente conflitto in Ucraina, ma rappresenta il naturale prolungamento di una linea strategica di contenimento tracciata da oltre un decennio.
Tra il 2008 e il 2010, Roma, Tripoli e Mosca stavano costruendo una triangolazione energetica e finanziaria capace di alterare per sempre gli equilibri del Mediterraneo e dell’Europa continentale, sfidando direttamente l’egemonia di Washington, Parigi e Berlino. Il Trattato di Amicizia, Partnerariato e Cooperazione Italia-Libia del 2008 non solo garantiva a Roma il controllo dei flussi migratori, ma sigillava il monopolio strategico dell’ENI sui giacimenti libici. In parallelo, prendeva forma il colossale progetto del gasdotto South Stream: una joint venture strategica siglata tra l’italiana ENI e il gigante statale russo Gazprom. L’opera mirava a trasportare ben 63 miliardi di metri cubi di gas russo all’anno verso l’Europa centrale e meridionale passando sotto il Mar Nero, bypassando completamente l’Ucraina. Questo accordo avrebbe trasformato l’Italia nell’hub energetico d’Europa, saldando la dipendenza economica del continente dal colosso Gazprom.
A far scattare l’allarme rosso a Washington e Parigi fu però l’ulteriore mossa di Gheddafi: il progetto di istituire il Dinaro d’oro africano. Il leader libico proponeva di vendere il petrolio del continente esclusivamente in cambio di una moneta pan-africana garantita dalle imponenti riserve auree di Tripoli, minacciando direttamente la supremazia del dollaro nelle transazioni energetiche e lo storico monopolio monetario del franco CFA francese nell’Africa occidentale.
L’esplosione della Primavera Araba nel 2011 ha fornito il pretesto geometrico per smantellare questo blocco autonoma. L’Amministrazione Obama, lavorando in stretta sintonia con la Francia di Nicolas Sarkozy e la Gran Bretagna di David Cameron, ha forzato la risoluzione ONU e orchestrato l’intervento militare NATO. I bombardamenti alleati e la conseguente uccisione di Gheddafi hanno spazzato via lo Stato libico, azzerando le sue ambizioni monetarie e privando l’Italia del suo fondamentale polmone energetico. Sguarnito della sponda libica e indebolito sulle intese con Gazprom, Silvio Berlusconi è stato a sua volta isolato. La combinazione tra la pressione politica della Casa Bianca, il gelo dei cancellieri europei e l’attacco finanziario sferrato sui mercati con l’esplosione dello spread ha costretto il premier italiano alle dimissioni nel novembre 2011, reinsediando un esecutivo tecnico più allineato ai desiderata euro-atlantici.
Questo smantellamento era solo il preludio dell’operazione su scala globale indirizzata verso Mosca. L’accerchiamento nei confronti di Putin affondava le sue radici nell’espansione della NATO a Est negli anni ’90 e 2000, ma ha subito un’accelerazione decisiva con l’esplosione delle proteste di Euromaidan a Kiev (2013-2014). Sostenuta dall’amministrazione Obama e dai vertici diplomazia USA, la rivoluzione ucraina ha seguito lo stesso schema di cambio di regime adottato nelle Primavere Arabe, portando alla cacciata del presidente filo-russo Yanukovych. L’obiettivo era chiaro: strappare l’Ucraina dall’orbita di Mosca, bloccare i piani d’integrazione euro-asiatica della Russia e silurare definitivamente l’influenza di Gazprom sul mercato energetico europeo.
La contrapposizione attuale tra il blocco occidentale e la Russia è il capitolo finale di questo scontro geopolitico. Con la cancellazione definitiva di South Stream, la successiva distruzione dei gasdotti Nord Stream e il completo taglio delle forniture firmate Gazprom, gli Stati Uniti e la NATO hanno centrato il loro obiettivo di lungo corso: recidere ogni legame tra l’Europa e la Russia, neutralizzare le spinte di sovranità energetica e finanziaria tentate in passato dal perimetro Berlusconi-Gheddafi, e riaffermare l’indiscussa egemonia geopolitica ed economica a guida anglo-americana.
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