Bastano poche decine di chilometri di mare per condizionare gli equilibri dell’economia mondiale. Lo Stretto di Hormuz, passaggio che collega il Golfo Persico all’Oceano Indiano, è tornato al centro della geopolitica globale mentre Stati Uniti e Iran cercano, senza aver ancora trovato, una via d’uscita da un conflitto che dura ormai da mesi. Nelle ultime ore Teheran ha dichiarato di attendere una risposta ufficiale di Washington alla proposta iraniana per riaprire lo Stretto e fermare le ostilità regionali. Secondo quanto riportato dal Wall Street Journal, il presidente statunitense Donald Trump avrebbe però già respinto il piano; al momento della pubblicazione della notizia, l’Iran affermava di non avere ancora ricevuto una comunicazione formale in tal senso. Il negoziato riguarda molto più della sola libertà di navigazione: la proposta iraniana, trasmessa attraverso mediatori qatarioti, prevederebbe una riapertura dello Stretto entro sette giorni e una cessazione delle ostilità sui diversi fronti regionali, in cambio, tra le altre condizioni, dell’allentamento del blocco statunitense sui porti iraniani, dello sblocco di fondi congelati e di modifiche alle sanzioni petrolifere. Parallelamente, Teheran ha fatto sapere di non voler concedere una flessibilità significativa sul proprio programma nucleare, compreso il diritto all’arricchimento dell’uranio.
È proprio questa sovrapposizione tra dossier nucleare, guerra regionale, sanzioni e commercio energetico a rendere Hormuz qualcosa di più di un semplice punto geografico. Prima dell’attuale crisi, attraverso lo Stretto transitava circa un quinto del consumo mondiale di petrolio e prodotti petroliferi e più di un quarto del commercio marittimo globale di greggio. Nel 2024 vi passava inoltre circa il 20% del commercio mondiale di gas naturale liquefatto, soprattutto proveniente dal Qatar. La dipendenza non è distribuita uniformemente: gran parte dell’energia che attraversa Hormuz è diretta verso l’Asia e, secondo la U.S. Energy Information Administration, l’83% del GNL transitato attraverso lo Stretto nel 2024 aveva come destinazione i mercati asiatici, con Cina, India e Corea del Sud fra i principali acquirenti. Ciò significa che una crisi nata nel Golfo può rapidamente trasformarsi in un problema economico per Pechino, Nuova Delhi, Seul, Tokyo e, indirettamente, anche per l’Europa, attraverso l’aumento del prezzo del greggio, del costo dei trasporti marittimi e dei carburanti, con inevitabili ripercussioni sull’inflazione e sulle catene logistiche mondiali.
La dimensione della vulnerabilità è emersa chiaramente nel corso del 2026. I dati dell’EIA mostrano che i flussi petroliferi attraverso Hormuz, pari a circa 21,6 milioni di barili al giorno nell’ultimo trimestre del 2025, sono scesi a circa 4,9 milioni nel secondo trimestre del 2026, mentre anche il traffico di gas naturale liquefatto ha subito una contrazione drastica. Hormuz è così diventato non soltanto una rotta commerciale, ma un vero strumento di pressione strategica: chi riesce a controllare, limitare o semplicemente minacciare la navigazione nello Stretto dispone indirettamente di una leva sull’economia internazionale e sulle scelte politiche dei Paesi maggiormente dipendenti dalle importazioni energetiche.
La crisi modifica anche gli equilibri interni al Medio Oriente. Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Kuwait, Bahrain e Oman hanno un interesse diretto a impedire che il confronto tra Washington e Teheran trasformi il Golfo in un teatro permanente di guerra. Le loro economie dipendono dalla stabilità delle esportazioni energetiche, dagli investimenti internazionali e, sempre più, dalla capacità di presentarsi come hub commerciali e finanziari globali. Gli Stati del Consiglio di Cooperazione del Golfo hanno condannato gli attacchi contro petroliere e territori della regione, considerandoli una minaccia alla navigazione internazionale e alla sicurezza delle forniture energetiche. Accanto alla deterrenza militare, tuttavia, si muove anche la diplomazia: Oman e Qatar hanno assunto un ruolo importante nella mediazione, mentre Muscat ha lavorato a proposte per creare meccanismi temporanei in grado di garantire una navigazione più sicura attraverso lo Stretto. Per le monarchie arabe emerge così un equilibrio sempre più difficile: mantenere il legame strategico con gli Stati Uniti senza trasformarsi nel terreno permanente dello scontro tra Washington e Teheran.
La crisi evidenzia inoltre un paradosso della competizione tra Stati Uniti e Cina. Washington conserva una presenza militare determinante nella regione e considera la libertà di navigazione una questione strategica, mentre Pechino dipende in misura significativa dalle forniture energetiche provenienti dal Medio Oriente. Una lunga interruzione di Hormuz colpirebbe quindi anche l’economia cinese. Ne deriva una situazione nella quale Stati Uniti e Cina, pur essendo rivali sistemici, condividono almeno un interesse fondamentale: evitare un collasso prolungato dei traffici energetici del Golfo. La stessa logica coinvolge l’India, che negli ultimi anni ha cercato di presentarsi come una potenza autonoma capace di mantenere relazioni contemporaneamente con Washington, le monarchie arabe, Israele e Iran. Per Nuova Delhi, l’instabilità dei prezzi energetici produce conseguenze immediate sulla bilancia commerciale, sull’inflazione e sulla valuta. La geopolitica di Hormuz dimostra quindi quanto sia difficile separare la sicurezza del Medio Oriente dalla competizione per la leadership economica e strategica in Asia.
La coincidenza della crisi con l’81ª Assemblea generale delle Nazioni Unite ha inoltre trasformato New York in uno dei principali luoghi del confronto diplomatico. La settimana di alto livello dell’ONU, in programma dal 22 al 29 settembre, riunisce i rappresentanti dei 193 Stati membri. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian ha ribadito all’Assemblea che Teheran non intende arrendersi, pur dichiarandosi ancora aperta a una soluzione diplomatica, mentre gli Stati Uniti mantengono forti pressioni sull’Iran e chiedono condizioni considerate essenziali per un accordo più ampio. Anche la Francia starebbe lavorando all’ipotesi di una nuova risoluzione del Consiglio di Sicurezza finalizzata a rafforzare la protezione internazionale della navigazione attraverso Hormuz. La difficoltà principale consiste tuttavia nell’ottenere un consenso che coinvolga anche Russia e Cina e che non venga interpretato come uno strumento diretto di pressione contro Teheran. Il passaggio è politicamente significativo, perché la crisi dello Stretto non riguarda più soltanto Iran e Stati Uniti, ma pone una questione più generale sulla capacità delle istituzioni internazionali di garantire la sicurezza delle principali rotte commerciali mondiali.
Hormuz offre infine una rappresentazione particolarmente nitida del nuovo sistema internazionale. Gli Stati Uniti restano la maggiore potenza militare globale, ma devono confrontarsi con costi crescenti quando cercano di gestire contemporaneamente crisi in Europa, Medio Oriente e Indo-Pacifico. La Cina dispone di un peso economico sempre maggiore, ma resta dipendente da rotte energetiche vulnerabili; Russia, India e altre potenze regionali cercano spazi di autonomia; le monarchie del Golfo, a loro volta, non vogliono più essere considerate semplicemente alleate passive di una grande potenza. In questo quadro, una striscia di mare larga poche decine di chilometri assume un valore sistemico. Il futuro dello Stretto di Hormuz dipenderà dalle decisioni prese nelle prossime settimane, dalla possibilità di riaprire un vero negoziato tra Washington e Teheran, dal dossier nucleare iraniano, dalle garanzie offerte alla navigazione internazionale e dalla capacità delle potenze regionali di evitare una nuova escalation. Sul piano geopolitico, tuttavia, una conclusione appare già evidente: l’energia resta uno degli strumenti fondamentali del potere internazionale e, nonostante la transizione verso nuove fonti e tecnologie, la sicurezza di poche rotte marittime continua a condizionare prezzi, alleanze e strategie delle maggiori potenze. Nell’autunno del 2026, una parte decisiva della politica mondiale passa ancora attraverso Hormuz.
Giovanni Balducci
