La domanda su che cosa faccia l’Italia in Medio Oriente a codazzo di USA e Israele merita una risposta meno rituale di quelle che normalmente accompagnano le missioni militari. La presenza italiana nel Mar Rosso e nel Golfo risponde a un interesse geopolitico preciso, quello di garantire la sicurezza delle rotte commerciali che collegano il Mediterraneo all’Oceano Indiano e dalle quali dipende una parte rilevante dell’economia nazionale. La missione europea Aspides, impegnata nella protezione della navigazione dalle minacce nel Mar Rosso, si inserisce esattamente in questo quadro: il Consiglio dell’Unione europea la definisce un’operazione di sicurezza marittima difensiva destinata a salvaguardare la libertà di navigazione.
Le recenti dichiarazioni di Guido Crosetto sulla necessità di assicurare con maggiore rapidità il passaggio delle navi italiane attraverso Bab el-Mandeb, seguite dalle precisazioni di Antonio Tajani sul fatto che l’azione resti comunque inserita nel quadro europeo, mostrano però una certa ambiguità politica. Crosetto ha dichiarato di non voler attendere i tempi di Aspides per consentire il passaggio delle navi italiane, mentre Tajani ha successivamente precisato che le unità interessate sarebbero quelle già impegnate nella missione europea, ribadendone la natura difensiva. Qui le dichiarazioni di Crosetto; qui la precisazione di Tajani. Da un lato si rivendica una maggiore autonomia operativa, dall’altro si ribadisce il carattere multilaterale e difensivo della missione. È una distinzione comprensibile sul piano diplomatico, ma non chiarisce fino in fondo la questione più importante, cioè quale livello di coinvolgimento l’Italia consideri accettabile nella regione.
La presenza italiana, del resto, non si limita alle navi impegnate nel Mar Rosso. Nel marzo 2026 Crosetto ha riferito in Senato del trasferimento di 239 militari dal Kuwait all’Arabia Saudita, nell’ambito della rimodulazione del dispositivo italiano nella regione. Il resoconto del Senato. Il 18 settembre, inoltre, un F-2000 italiano è stato colpito durante un attacco alla base aerea saudita di Ta’if, senza coinvolgimento di militari italiani, secondo quanto comunicato ufficialmente dalla Difesa. Il comunicato del Ministero della Difesa.
Il Ministero della Difesa ha quindi ribadito che «l’Italia non è in guerra», contestando esplicitamente la rappresentazione secondo cui il Paese sarebbe entrato nel conflitto senza un adeguato coinvolgimento delle istituzioni. La nota ufficiale della Difesa del 19 settembre. È una precisazione rilevante sul piano giuridico e istituzionale, ma che non esaurisce il problema politico: essere presenti con mezzi militari in un’area attraversata da conflitti, proteggere direttamente il traffico commerciale e operare da infrastrutture esposte ad attacchi significa comunque assumere un livello di rischio che dovrebbe essere spiegato con chiarezza.
Il punto centrale, quindi, non è stabilire se l’Italia sia formalmente in guerra, ma comprendere fino a dove intenda spingersi nella difesa dei propri interessi nel Mar Rosso e quali siano i limiti di questo impegno. Parlare esclusivamente di missioni difensive, protezione della navigazione o rimodulazione dei dispositivi rischia di trasformare una scelta strategica in una questione amministrativa, mentre si tratta di decidere quali interessi nazionali siano abbastanza importanti da giustificare l’impiego continuativo di forze militari e quale rischio il Paese sia disposto ad assumere per tutelarli.
Questa attenzione italiana verso lo Yemen e il Mar Rosso, peraltro, ha radici lontane, ma di tutt’altro segno. Nel 1934 Arabia Saudita e Yemen entrarono in guerra dopo anni di dispute territoriali, in particolare su Najran, Asir e altre aree di confine; il conflitto terminò con il trattato di Ta’if del 19 maggio. Sullo sfondo operava anche una più ampia competizione tra Italia e Gran Bretagna nella regione. Un recente studio pubblicato da Cambridge University Press ricostruisce come Roma avesse sostenuto e armato lo Yemen dell’imam Yahya e come nel 1926 l’Italia fosse diventata la prima potenza europea a riconoscerlo formalmente, mentre la rivalità anglo-italiana era legata anche al controllo strategico del Mar Rosso e delle vie verso Suez e l’India. Lo studio storico su Cambridge Core.
Non si trattava dunque di una guerra per procura in senso stretto, ma il conflitto si inseriva in una più vasta competizione fra potenze interessate agli equilibri della penisola arabica e alle rotte del Mar Rosso. L’Italia cercava allora di rafforzare la propria influenza sulla sponda araba, mentre la Gran Bretagna difendeva una posizione strategica essenziale per i propri collegamenti imperiali.
Quasi un secolo dopo, gli schieramenti sono profondamente cambiati. L’Italia coopera con l’Arabia Saudita, partecipa a missioni europee e protegge il traffico navale dalle minacce provenienti dallo Yemen. Ciò che non è cambiato è la centralità del Mar Rosso. Per un Paese mediterraneo, esportatore e fortemente dipendente dai collegamenti marittimi, Bab el-Mandeb continua a essere un passaggio strategico di primaria importanza. La continuità geografica è quindi più forte della discontinuità delle alleanze.
Proprio per questo sarebbe utile che il governo presentasse la presenza italiana nell’area per ciò che realmente è: non una semplice somma di missioni separate e contingenti, ma una componente della politica estera e di sicurezza nazionale. Una scelta del genere può essere sostenuta da ragioni economiche e strategiche solide, ma richiede obiettivi espliciti, limiti definiti e una chiara valutazione dei rischi. La vera domanda non è dunque soltanto perché l’Italia si trovi in Medio Oriente, ma quale strategia complessiva giustifichi questa presenza e fino a che punto il Paese intenda difendere i propri interessi nella regione con strumenti militari.
Giovanni Balducci
