Dopo il «Riarmo»: se la guerra scoppia è grave, se non scoppia forse lo è altrettanto

L’Europa ha imboccato la strada del riarmo con una rapidità che sarebbe stata impensabile soltanto pochi anni fa. I governi parlano di sicurezza, deterrenza, minacce future e necessità di prepararsi, mentre aumentano i bilanci militari e assumono impegni destinati a pesare per molti anni sui conti pubblici. Nel 2025 i 27 Stati dell’Unione europea hanno speso 418 miliardi di euro per la difesa, il 20 per cento in più rispetto all’anno precedente, e l’Agenzia europea per la difesa prevede 454 miliardi nel 2026. Non stiamo quindi discutendo di qualche aggiustamento marginale, ma di un cambiamento profondo nelle priorità economiche dell’Europa. (eda.europa.eu)

Il piano europeo Readiness 2030 punta inoltre a rendere possibile la mobilitazione di circa 800 miliardi di euro: 150 miliardi attraverso i prestiti SAFE e il resto soprattutto attraverso un maggiore spazio di bilancio concesso agli Stati per aumentare le spese militari. È bene chiarirlo, perché quando si parla di centinaia di miliardi sembra quasi che Bruxelles abbia scoperto un immenso tesoro nascosto. Non è così. Una parte importante di quelle risorse dovrà comunque essere reperita dagli Stati, direttamente o attraverso maggiore indebitamento. (commission.europa.eu)

Ed è qui che comincia la questione politica che troppo spesso viene nascosta dietro il linguaggio dell’emergenza. I soldi destinati alla difesa non nascono dal nulla e non esistono in un universo separato dall’economia dei cittadini. Se aumenta strutturalmente una voce di spesa, prima o poi bisogna finanziarla. Lo si può fare aumentando il debito, aumentando le entrate oppure comprimendo altre spese. Si può ritenere necessario farlo, naturalmente, ma almeno bisognerebbe avere l’onestà di dire che una scelta viene compiuta e che quella scelta ha un prezzo.

Il punto diventa ancora più evidente se si prendono in considerazione entrambi gli scenari possibili. Se dopo anni di riarmo dovesse scoppiare davvero una guerra diretta in Europa, ci troveremmo davanti a un fallimento almeno rispetto alla promessa fondamentale con cui il riarmo viene giustificato: la deterrenza dovrebbe servire proprio a impedire che il conflitto avvenga. Le armi accumulate potrebbero certamente risultare utili per difendersi, ma non si potrebbe sostenere che abbiano raggiunto l’obiettivo di evitare la guerra. E nel caso di uno scontro che coinvolgesse direttamente potenze nucleari, discutere soltanto di chi possiede più carri armati, missili o munizioni rischierebbe di diventare tragicamente secondario.

Ma esiste anche l’altro scenario, probabilmente ancora più interessante dal punto di vista politico: la grande guerra non scoppia. Passano tre, cinque, dieci anni e l’Europa non entra in un conflitto diretto con la Russia. A quel punto sarà facilissimo sostenere che il riarmo ha funzionato perché ha garantito la deterrenza. Potrebbe anche essere vero, ma non sarebbe possibile dimostrarlo con certezza, perché nessuno potrebbe sapere che cosa sarebbe accaduto senza quella gigantesca crescita delle spese militari. Proprio per questo il giudizio dovrebbe allora essere fatto sui risultati concreti e non sulle ricostruzioni ipotetiche.

Bisognerebbe guardare quanto si è speso, quanto debito è stato contratto, quali imprese hanno ricevuto le commesse, quanta capacità produttiva è stata realmente costruita in Europa e quali investimenti alternativi sono stati sacrificati: ospedali, scuole, posti di lavoro. Bisognerebbe soprattutto impedire che il ragionamento diventi circolare: se la guerra scoppia, ci viene detto che bisognava armarsi ancora di più; se non scoppia, ci viene detto che non è scoppiata proprio perché ci siamo armati. Con un ragionamento del genere qualsiasi risultato finirebbe per dimostrare sempre la stessa tesi e nessuna politica potrebbe mai essere sottoposta a una verifica seria.

C’è poi un’altra questione che dovrebbe ricevere molta più attenzione. Quando centinaia di miliardi di denaro pubblico vengono indirizzati verso un settore, quel settore inevitabilmente cresce, assume personale, amplia gli stabilimenti, sviluppa rapporti con i governi e diventa economicamente più importante. Questo vale per l’energia, per le costruzioni, per la sanità e vale anche per l’industria militare. Non significa che dietro il riarmo esista automaticamente qualche complotto, né che le aziende della difesa determinino da sole le decisioni dei governi. Significa però qualcosa di molto più semplice: più diventa grande l’economia legata agli armamenti, maggiori diventano gli interessi economici che dipendono dal mantenimento di quella spesa.

È precisamente per questo che parlare di commesse militari non dovrebbe essere considerato sconveniente o sospetto. Al contrario, proprio perché si tratta di sicurezza nazionale e di somme enormi, la trasparenza dovrebbe essere maggiore e non minore. I cittadini dovrebbero poter conoscere con chiarezza chi riceve i contratti, a quali condizioni, con quali margini, con quali risultati e con quale effettivo beneficio per l’autonomia della difesa europea. L’alternativa è trasformare la parola “sicurezza” in una formula capace di chiudere qualsiasi discussione sui costi.

La stessa Commissione europea presenta Readiness 2030 come un progetto destinato non soltanto ad aumentare le capacità militari ma anche a rafforzare l’industria europea. È un obiettivo comprensibile, tanto che SAFE contiene regole volte proprio a privilegiare una consistente componente produttiva europea. (commission.europa.eu) Ma questo rende ancora più necessario verificare nei prossimi anni dove finiranno concretamente i soldi. Se l’Europa dovesse spendere somme gigantesche per diventare strategicamente autonoma e contemporaneamente continuasse a dipendere in misura rilevante da tecnologie e fornitori esterni, la contraddizione sarebbe evidente.

La questione più delicata riguarda però quello che resterà quando l’attuale clima di emergenza sarà passato. Un aumento temporaneo della spesa può essere corretto; molto più difficile è smontare un sistema economico che nel frattempo è diventato permanente. Quando sono state costruite fabbriche, assunti lavoratori, sottoscritti contratti pluriennali e creati interessi industriali che dipendono dalle commesse pubbliche, tornare indietro diventa politicamente ed economicamente complicato. Il rischio da discutere seriamente è dunque che il riarmo non rappresenti più una risposta temporanea a una crisi internazionale, ma diventi una nuova normalità dei bilanci europei.

Per questo non basta ripetere che viviamo in tempi pericolosi. Proprio i tempi pericolosi richiedono maggiore controllo sulle decisioni pubbliche, non minore. Uno Stato ha il diritto e il dovere di occuparsi della propria difesa, ma da questo principio non discende che qualsiasi livello di spesa sia automaticamente razionale o che ogni nuovo programma militare debba essere sottratto al confronto con sanità, ricerca, infrastrutture, energia, scuola, pensioni e pressione fiscale.

Alla fine il problema resta qualunque sia lo scenario futuro. Se la guerra dovesse scoppiare, l’Europa avrebbe sostenuto uno sforzo economico enorme senza essere riuscita a raggiungere l’obiettivo fondamentale di scongiurare il conflitto. Se invece la guerra non dovesse scoppiare, sarebbe comunque necessario stabilire se quelle centinaia di miliardi abbiano prodotto una sicurezza proporzionata al loro costo oppure abbiano soprattutto consolidato un gigantesco sistema di spesa destinato ad alimentarsi nel tempo, e magari a sfociare più in là in una vera altra guerra. 

Giovanni Balducci 

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