Il panorama politico e sociale della Francia contemporanea si presenta come un mosaico complesso e profondamente frammentato, attraversato da un clima di contestazione permanente che ridefinisce continuamente il rapporto tra i cittadini, le istituzioni e i partiti. L’eredità lasciata da movimenti dirompenti come quello dei Gilets jaunes continua a pulsare nel sottosuolo della società francese, alimentata da un persistente scetticismo verso i corpi intermedi e da un profondo radicamento nella cosiddetta periferia, quella fascia di territorio rurale e di provincia che si sente lontana dalle grandi metropoli e dimenticata dalle politiche centrali. Questa galassia di dissidenza non si esaurisce nelle forme tradizionali del sindacalismo, ma si rigenera continuamente attraverso nuove modalità di mobilitazione, spesso orizzontali e prive di una leadership formale strutturata, ereditando proprio la spinta spontanea e trasversale che caratterizzò l’esplosione dei Gilets jaunes. Sulle piattaforme digitali e sui social network emergono periodicamente appelli capaci di polarizzare l’opinione pubblica e di paralizzare temporaneamente il Paese, sfruttando il malcontento legato al calo del potere d’acquisto e alle manovre di bilancio restrittive. Accanto a questa protesta di natura socio-economica, si muove con forza l’ecologismo radicale, i cui collettivi militanti ricorrono spesso all’azione diretta contro i grandi progetti infrastrutturali e l’agroindustria industrializzata, scontrandosi apertamente con l’autorità dello Stato e mantenendo altissima la tensione sul modello di transizione ecologica da adottare.
Questa permanente condizione di rivolta si riflette in modo inevitabile sulla stabilità delle istituzioni e sull’offerta politica in vista delle imminenti elezioni presidenziali del 2027, che segneranno la fine costituzionale dell’era di Emmanuel Macron. L’intero scacchiere appare ormai irrimediabilmente “arcipelizzato”, diviso in blocchi sociologici e territoriali nettamente contrapposti. Da un lato, il blocco centrista e liberale che fa capo alla maggioranza presidenziale fatica a mantenere la propria coesione e sconta la stanchezza di dieci anni di potere, logorato da una crisi cronica della rappresentanza e da un’inflazione che erode i risparmi delle famiglie. Le forze moderate e centriste cercano affannosamente un erede credibile che possa raccogliere l’eredità di Macron, ma subiscono la concorrenza spietata di una destra tradizionale (I Repubblicani) divisa tra la tentazione di un’alleanza subalterna con la galassia sovranista e la ricerca di una propria identità rigorista sui conti pubblici.
Sul fronte opposto, la dinamica elettorale vede la destra nazionalista del Rassemblement National guidata da Marine Le Pen viaggiare su percentuali record, forte del radicamento profondo nelle aree periferiche e nei territori un tempo roccaforte della sinistra operaia. La leader della destra radicale punta a capitalizzare lo scontento identitario e la frustrazione economica, presentandosi come l’unica vera alternativa sistemica. Al contrario, l’universo della sinistra e dei Verdi appare cronicamente diviso tra la radicalità oltranzista di La France Insoumise di Jean-Luc Mélenchon e le anime riformiste del Partito Socialista e dell’ecologismo moderato. L’incapacità cronica di trovare una sintesi unitaria o di dar vita a primarie solide rischia di penalizzare fortemente l’area progressista, aprendo la strada a un duello frontale in cui la polarizzazione estrema avvantaggia la tenaglia antisistema.
In questo scenario altamente volatile, un peso specifico enorme è esercitato dalla politica estera e, in particolare, dalla posizione di Emmanuel Macron riguardo al conflitto in Ucraina. Fin dall’inizio dell’invasione russa, il presidente francese ha cercato di ritagliarsi un ruolo di primo piano sulla scena internazionale, ponendosi come il paladino intransigente della sicurezza europea, della fornitura di aiuti a Kiev e dell’autonomia strategica dell’Unione. Tuttavia, questa postura muscolare e fortemente atlantista non è priva di forti ripercussioni sul piano interno. Da un lato, gran parte dell’elettorato moderato e filo-europeo riconosce a Macron una statura di statista in tempi di crisi; dall’altro, i movimenti dissidenti e le ali estreme dello spettro politico — sia a destra con il Rassemblement National che a sinistra con La France Insoumise — contestano aspramente questa linea. Le opposizioni accusano l’Eliseo di trascurare le urgenze sociali ed economiche interne — come il collasso della sanità, il carovita e il debito pubblico — per inseguire ambizioni geopolitiche lontane dai reali bisogni dei cittadini delle periferie.
La gestione della crisi ucraina e il posizionamento bellico ed energetico della Francia diventano così la cartina di tornasole della frattura tra il “Paese legale” di stampo europeista e il “Paese reale” immerso nella contestazione permanente. In vista delle urne, la dissidenza sociale si salda dunque alla geopolitica: il rifiuto delle scelte di Macron sull’Ucraina si mescola alla rabbia ereditata dai Gilets jaunes e dalle piazze inferventi, trasformandosi in carburante per la campagna elettorale. Per la democrazia francese, la scadenza del 2027 non rappresenterà soltanto un normale avvicendamento alla presidenza della Repubblica, ma il vero e proprio test di tenuta di un modello repubblicano logorato dalla polarizzazione estrema e dalla permanente ribellione della sua base sociale.
Giovanni Balducci
