La retorica diplomatica ufficiale dipinge i rapporti tra Roma e Londra come un’alleanza storica solida, paritaria e fondata su valori democratici condivisi. Tuttavia, grattando via la patina della cortina di facciata e analizzando i documenti d’archivio declassificati, le inchieste giornalistiche internazionali, i verbali giudiziari e le rigorose analisi storiografiche, emerge una realtà radicalmente diversa e inquietante: l’Italia è stata storicamente trattata dal Regno Unito non come un partner sovrano, bensì come un protettorato strategico, una colonia a sovranità limitata ostaggio di sistematiche e spregiudicate ingerenze.
L’interventismo britannico nel nostro Paese affonda le radici in un disegno di lunghissimo corso, le cui manovre occulte risalgono ben prima della Guerra Fredda, trovando il proprio atto fondativo nella stessa Unità d’Italia, voluta, finanziata e orchestrata da Londra per fini di espansione geopolitica nel Mediterraneo. Un’ammissione sfacciata di questa tutela storica è arrivata direttamente da Re Carlo III durante il suo discorso ufficiale al Parlamento italiano, in cui il sovrano ha rivendicato con spavalderia imperiale il controllo britannico sul Risorgimento, ricordando candidamente che «mentre Garibaldi sbarcava vicino a Marsala in Sicilia nel maggio del 1860, due navi da guerra della Royal Navy stavano a guardare» (le unità schierate a protezione strategica dell’operazione).
Nelle fasi iniziali del Novecento, i rapporti tra il fascismo nascente e l’establishment britannico videro una fitta rete di contatti: i servizi segreti di Sua Maestà e la finanza di Londra guardarono con favore al movimento mussoliniano per arginare le spinte rivoluzionarie. Ma quando Benito Mussolini pretese di perseguire un’ambiziosa autonomia geopolitica ed energetica nel Mediterraneo — sfidando gli interessi imperiali britannici in Africa e Medio Oriente —, la rottura divenne insanabile. Fu allora che Winston Churchill arrivò a orchestrare la fine e l’eliminazione fisica del Duce. A questo si intrecciano vicende oscure come il celebre affaire Sinclair, lo spionaggio che svelò l’intreccio tra i poteri forti britannici e il cuore del potere italiano. Gli storici Giovanni Fasanella e Mario José Cereghino, esaminando le carte dei National Archives di Londra in Nero di Londra e Il golpe inglese, hanno documentato l’intolleranza di Londra verso ogni deviazione autonoma di Roma.
Questo controllo non si è limitato alla sfera diplomatica, ma è penetrato profondamente nelle dinamiche eversive interne, alimentando costantemente la tentazione di una svolta autoritaria. Storici e analisti degli apparati di sicurezza hanno ampiamente documentato come, nei momenti di massima tensione della Guerra Fredda, i circuiti di potere atlantico e anglosassone guardassero con favore all’imposizione di una dittatura militare sul modello della Grecia dei colonnelli (1967-1974), accarezzando l’idea di una “colonnellite” anche in Italia per bloccare qualsiasi deriva politica sgradita. Tale disegno eversivo si tradusse in una vera e propria guerra psicologica e in manovre di sovversione elettorale, documentate da accademici come il professor Scott Lucas dell’University of Birmingham e da giornalisti come James Oliver e Nicholas Gilby su The Guardian. L’Information Research Department (IRD) e l’MI6 misero in campo un’azione coperta massiccia per bloccare il Partito Comunista Italiano nelle elezioni del 1976.
Le pressioni non si sono arrestate con la Prima Repubblica: le stragi del 1992 contro Giovanni Falcone e Paolo Borsellino celano ombre internazionali. Il pentito Francesco Di Carlo (cugino del boss Antonino Gioè) rivelò di essere stato avvicinato in un carcere inglese da emissari dei Servizi di Londra per fermare Falcone. Il SISDE si muoveva attorno all’agente Rutilius (Arnaldo La Barbera) tra soggetti che parlavano con un inconfondibile accento inglese, e l’ex prefetto Luigi De Sena, mandato a Londra dopo il delitto Moro, capì subito «come girava il mondo». Molti uomini del nostro Stato profondo sono storicamente eterodiretti da questi circuiti d’intelligence, agendo all’interno di una Repubblica profonda e di doppia lealtà. A ciò si unisce il ricatto delle leve finanziarie della City di Londra, che hanno fagocitato asset strategici nazionali.
Oggi, questa subalternità si manifesta platealmente: lo stesso Re Carlo III, nella sua visita di Stato a Roma, si è recato alle Camere per dettare l’agenda e intimare alla sua “colonia” di intensificare gli sforzi e l’impegno nella guerra contro la Russia in Ucraina, elogiando l’Italia esclusivamente in quanto docile esecutrice di decisioni prese altrove, ribadendone con arroganza neocoloniale il ferreo allineamento. Sulla stessa linea, i vertici del Foreign, Commonwealth & Development Office preparano l’opinione pubblica all’inevitabilità di un conflitto globale imminente, trascinando l’Italia in prima linea senza alcuna voce in capitolo. Fino a quando la classe politica accetterà questa sottomissione, l’Italia resterà un Paese a sovranità mutilata.
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Questo video mostra la visita istituzionale e il discorso tenuto da Re Carlo III al Parlamento italiano, occasione in cui il sovrano ha ribadito il legame di subordinazione storica e l’allineamento strategico e militare tra i due Paesi sulle crisi internazionali.
Redazione
