Perché il “Rhine Group” di Mario Draghi rischia di essere l’ennesimo club per tecnocrati

La discesa in campo di Mario Draghi attraverso il Rhine Group — il nuovo think tank co-presieduto insieme al miliardario di Stripe Patrick Collison e animato da decine di pezzi da novanta tra finanza, tech e accademia — si presenta al dibattito pubblico con toni apocalittici: “Il declino non è inevitabile, ma è la direzione verso cui ci stiamo dirigendo se non agiamo con urgenza”.
Dopo il celebre rapporto sulla competitività europea percepito spesso come inascoltato o insabbiato dalle sabbie mobili di Bruxelles, l’ex banchiere centrale e premier italiano sceglie la strada del laboratorio di idee indipendente. Ma a un esame critico, la nuova creatura draghiana solleva più di qualche perplessità politica ed economica.
Il primo dato politico del Rhine Group è sintomatico: nasce dalla frustrazione dei tecnocrati. Quando le istituzioni comunitarie non recepiscono i diktat prescritti dall’alto con la velocità desiderata, la risposta non è un supplemento di democrazia o di confronto parlamentare, bensì la creazione di un cenacolo elitario extra-istituzionale. Il messaggio implicito è chiaro: i governi eletti e i meccanismi decisionali dell’Unione Europea sono troppo lenti, miopi o condizionati dai veti incrociati per comprendere la gravità del momento. Si tratta di una visione profondamente elitaria della governance, in cui la “verità economica” viene stabilita da una congrega di banchieri, manager della Silicon Valley e grandi accademici, scavalcando la dialettica politica tradizionale.
Osservando la composizione del Rhine Group — che affianca economisti ortodossi a giganti del fintech e della tecnologia come Patrick Collison di Stripe o manager di spicco — emerge un cortocircuito ideologico non indifferente. Si pretende di curare i mali dell’Europa (disoccupazione, salari stagnanti, ritardi industriali e transizione energetica) affidandosi agli stessi attori globali e agli stessi dogmi di mercato che spesso hanno impoverito il tessuto produttivo del continente. La ricetta è sempre la solita minestra riscaldata: deregolamentazione, digitalizzazione forzata, flessibilità e riforme strutturali calate dall’alto, trattando i diritti sociali e il welfare non come conquiste da tutelare, ma come “costi fissi” che zavorrano la competitività contro Stati Uniti e Cina.
Il mantra del Rhine Group ruota attorno a una parola magica e indiscutibile: competitività. Ma competere a chi è rivolto lo sguardo? In nome della competizione globale, i lavoratori europei continuano a subire una compressione dei salari reali, una precarizzazione galoppante e lo smantellamento progressivo dei servizi pubblici. Il think tank avverte che, senza riforme radicali, l’Europa non potrà più finanziare sanità, pensioni e difesa. Tuttavia, le soluzioni proposte sembrano ricalcare quel “federalismo pragmatico” a geometria variabile che rischia di approfondire i divari territoriali e sociali, premiando i forti e scaricando i costi della transizione sui segmenti più fragili della popolazione.
In definitiva, il Rhine Group rischia di trasformarsi nell’ennesimo esercizio di stile per un club di intoccabili autoreferenziali, pronti a diagnosticare un declino di cui la loro stessa cultura economica è stata, in larga misura, co-responsabile.
Redazione

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