Ritengo che il giudizio storico sulla Rivoluzione francese richieda ormai di superare la dicotomia tra l’apologia democratica e la demonizzazione reazionaria, integrando le categorie dell’economia politica e della sociologia storica.
Come evidenziato da storici del calibro di Jean Jaurès nella sua monumentale Storia socialista della Rivoluzione francese e successivamente da Albert Mathiez, il 1789 non può essere inteso sbrigativamente solo come una congiura ordita dalla massoneria o come una catastrofe politica, bensì come l’atto di forza con cui la borghesia produttiva e i ceti urbani sradicarono un sistema oligarchico profondamente corrotto. L’élite finanziaria e aristocratica dell’Ancien Régime, dedita alla rendita parassitaria e alla speculazione sul debito pubblico, meritò a un certo punto quella deflagrazione radicale che, attraverso la giustizia sommaria e la ghigliottina, colpì non soltanto i nobili oziosi, ma anche i banchieri e gli appaltatori collusi con la bancarotta dello Stato. Del resto, la crisi morale della nobiltà risiedeva proprio nell’aver smarrito la propria ragion d’essere storica: il compito originario del ceto aristocratico non era certo quello di accumulare ricchezze materiali, di gareggiare nell’ostentazione estetica o di competere su chi indossasse la parrucca più sontuosa, bensì quello di difendere in armi la nazione. Proprio da questo supremo dovere di sangue e di sacrificio derivava originariamente il suo privilegio; nel momento in cui l’aristocrazia si era trasformata in una casta parassitaria dedita unicamente al lusso e aliena al proprio ruolo guerriero, aveva de facto legittimato la propria dissoluzione.
Tuttavia, la critica mossa dai teorici della Rivoluzione Conservatrice tedesca – da Oswald Spengler ad Arthur Moeller van den Bruck – coglie un punto nevralgico del processo rivoluzionario quando ne denuncia la dissoluzione del sacro, l’atomizzazione della comunità organica e la desacralizzazione del potere. All’interno di questa grande tradizione critica del pensiero antirivoluzionario, il confronto tra i due massimi padri del conservatorismo moderno, Edmund Burke e Joseph de Maistre, si rivela decisivo, spingendoci a propendere nettamente per la radicalità metafisica del secondo. Edmund Burke, pur condannando con forza gli eccessi giacobini nelle sue celebri Riflessioni sulla rivoluzione in Francia, manteneva pur sempre una prospettiva gradualista, liberale e legata al costituzionalismo britannico, incapace di cogliere la profondità della frattura ontologica aperta dal 1789. È invece Joseph de Maistre, nelle Considerazioni sulla Francia, a offrire la chiave di lettura più profonda: la Rivoluzione non fu un mero evento politico o un incidente di percorso, bensì una punizione provvidenziale.
Attribuire per cui la colpa esclusiva del nichilismo moderno alla sola Rivoluzione francese rappresenta un errore prospettico. Il vero agente dissolutore della Tradizione non fu la ghigliottina di Robespierre, bensì, a conti fatti, l’industrializzazione anglosassone e l’ascesa del capitalismo mercantile sradicato. Come argomentato anche da pensatori vicini alla critica della modernità economica, fu il modello capitalistico britannico – basato sulla mercificazione totale della terra, del lavoro e dell’uomo – a disintegrare più di ogni altro evento i legami comunitari che l’Europa aveva custodito per secoli. A ciò si aggiunge l’impossibilità di rimuovere il fattore umano e sociale: la Rivoluzione francese aprì le porte alla mobilità sociale, spezzando le catene di una casta immobile e permettendo per la prima volta l’affermazione del merito.
All’interno di questo grande affresco storico si inserisce l’analisi, a nostro avviso parziale e fuorviante, formulata da Julius Evola nei confronti di Napoleone Bonaparte. Nella prospettiva del tradizionalismo integrale evoliano, Napoleone viene liquidato sbrigativamente come un “figlio della Rivoluzione”, un vettore di idee livellatrici e democratiche che avrebbe inferto il colpo di grazia alle gerarchie tradizionali europee attraverso l’accentramento burocratico e il Codice Civile. Questa lettura mostra tuttavia evidenti limiti. Napoleone non fu il continuatore dell’egualitarismo distruttivo dei giacobini terminali, ma colui che neutralizzò militarmente e politicamente gli eccessi della Rivoluzione, incanalando le energie della nazione entro una struttura statuale gerarchica. In altri termini, piuttosto che livellare la società verso il basso in senso borghese-mercantile, Bonaparte sostituì i privilegi ereditari della vecchia casta con una nuova nobiltà fondata sul valore, sul coraggio e sulla competenza in ambito civile e militare, attuando concretamente il principio della carrière ouverte aux talents. L’ambizione di restaurare un Impero e di dialogare con la Chiesa dimostra inoltre la volontà di rifondare la sovranità verticale, contrapponendosi radicalmente al parlamentarismo amorfo e senz’anima che Evola giustamente criticava. Ridurre Napoleone a semplice servo della modernità borghese significa infine dimenticare che il suo intero disegno strategico, culminato nel Blocco Continentale, fu il più grande tentativo geopolitico della storia moderna di strozzare sul nascere l’egemonia finanziaria e industriale dell’Inghilterra capitalista.
Non è un caso fortuito, del resto, se contro l’Imperatore si coalizzarono organicamente le grandi centrali del potere finanziario internazionale e i grossi banchieri dell’epoca, tesi a demolire ogni argine statuale alla loro espansione. Lo stesso tragico errore di attaccare la Russia non fu che il risultato di una morsa strategica e diplomatica abilmente alimentata e finanziata dall’Inghilterra, la quale spinse costantemente le potenze continentali a logorarsi a vicenda per salvaguardare il proprio primato talassocratico e la propria egemonia sul continente. Emblematica in tal senso è la celebre vicenda legata a Nathan Mayer Rothschild: grazie a una rete di informatori e corrieri eccezionalmente rapida, questi seppe sfruttare l’esito della battaglia di Waterloo per speculare sui titoli di Stato alla Borsa di Londra, capitalizzando enormemente sulla caduta definitiva del sistema napoleonico e inaugurando l’era del predominio incontrastato della grande finanza apolide sulla politica europea.
La modernità non è dunque un blocco monolitico e la Rivoluzione francese non può esaurirsi in un mero errore o in una congiura. Riconoscere la validità della denuncia conservatrice contrapposta alla perdita del sacro della modernità impone peraltro di indirizzare il bersaglio critico non verso Parigi, ma verso le nebbie dell’industrialismo anglosassone e del profitto bancario. Napoleone, lungi dall’essere l’agente di questa dissoluzione borghese, rappresentò il tentativo supremo di imbrigliare la modernità sotto la morsa di uno Stato forte, gerarchico e imperiale, capace di difendere i popoli dalla marea montante del mercatismo globale.
Giovanni Balducci
