La convinzione più radicata e rassicurante delle società liberali è che l’opinione pubblica sia il risultato spontaneo di coscienze individuali razionali, capaci di valutare i fatti e scegliere liberamente da che parte stare. Si immagina che la manipolazione delle masse sia un marchio esclusivo dei regimi “chiusi”, dove la polizia politica e la censura di Stato impongono il silenzio. Nelle democrazie occidentali, nelle società cosiddette “aperte”, tuttavia, il controllo opera attraverso vie infinitamente più sofisticate, trasformando folle convinte di essere libere in vettori passivi di narrazioni preconfezionate.
Quando diciamo che la maggioranza ha sempre ragione o che mille voci pesano più di una, cadiamo nell’illusione della saggezza della folla. Come dimostra la statistica classica sull’intelligenza collettiva, una moltitudine produce valutazioni accurate solo a una condizione inderogabile: la rigorosa indipendenza di giudizio di ciascun individuo. Nel momento in cui i singoli comunicano, si influenzano e subiscono pressioni ambientali, la folla smette di essere saggia e diventa un gregge conformista che moltiplica l’errore sistematico. Mille persone che ripetono lo stesso slogan senza averne verificato i presupposti non costituiscono mille pensieri autonomi, ma una sola idea amplificata.
La psicologia sociale ha vivisezionato da tempo la fragilità del pensiero critico di fronte alla pressione sociale. Il celebre test sulle linee di Solomon Asch ha certificato che la grande maggioranza degli individui è disposta a negare l’evidenza dei propri occhi pur di non contraddire il consenso unanime del gruppo circostante. Allo stesso modo, le ricerche sull’obbedienza all’autorità di Stanley Milgram e gli studi sulla spirale del silenzio teorizzati da Elisabeth Noelle-Neumann hanno rivelato come il timore dell’isolamento sociale spinga le persone ad allinearsi o a tacere le proprie perplessità. Non siamo di fronte a una mancanza di intelligenza individuale, ma all’attivazione di potenti scorciatoie mentali: la riprova sociale ci convince che se tutti pensano una cosa allora deve essere vera, mentre il pensiero di gruppo sopprime qualsiasi dissenso interno per preservare l’armonia della tribù.
Questo substrato psicologico costituisce il terreno ideale per l’ingegneria del consenso, teorizzata già negli anni Venti da Walter Lippmann e da Edward Bernays nella sua celebre opera Propaganda. Nelle democrazie di mercato, la persuasione non ha bisogno del manganello per imporsi; le bastano i meccanismi strutturali descritti da Edward Herman e Noam Chomsky nel saggio La fabbrica del consenso. Attraverso i cinque filtri della propaganda – la proprietà concentrata dei grandi gruppi editoriali, la dipendenza dagli investitori pubblicitari, l’affidamento passivo alle fonti istituzionali, il linciaggio mediatico contro le voci fuori dal coro e l’evocazione di una minaccia esterna esistenziale – il sistema filtra preventivamente la realtà, stabilendo a priori quali notizie meritino indignazione e quali debbano scivolare nell’oblio.
Negli ultimi tempi, la copertura geopolitica occidentale delle crisi internazionali, e in particolare del confronto con la Russia, rappresenta la quintessenza di questo impianto manipolativo. Per vendere un conflitto a un’opinione pubblica che si percepisce come moralmente superiore, la complessità storica deve essere azzerata a favore di una narrazione manichea che divide il mondo tra il bene assoluto e il male assoluto. Ogni riflessione sulle cause pregresse della crisi, dalle analisi decennali sui rischi dell’espansione della NATO a est condotte da diplomatici di primo piano fino agli anni di conflitto nel Donbass, viene espulsa dal dibattito pubblico e bollata all’istante come complicità con il nemico. I media impongono una visione della storia a orologeria che comincia solo quando conviene alla propaganda atlantista, trasformando il lavoro giornalistico in mero supporto psicologico allo sforzo bellico.
In questa cornice agisce in modo sistematico il doppio standard strutturale sulle vittime di guerra, un meccanismo che Chomsky ha categorizzato nella distinzione tra vittime degne e vittime indegne. La sofferenza civile causata dagli avversari geopolitici viene posta costantemente in primo piano, personalizzata attraverso nomi, volti e storie strazianti che legittimano sanzioni estreme e mandati di cattura internazionali. Al contrario, le devastazioni e i massacri compiuti direttamente dai partner occidentali o con le armi fornite dalle democrazie liberali vengono derubricati ad asettici danni collaterali, privi di impatto emotivo e presto rimossi dai notiziari. L’indignazione delle folle occidentali non risponde a una legge morale universale, ma a un calcolo di convenienza imperialista.
L’isteria antirussa ha toccato vertici paradossali anche sul terreno culturale e informativo. L’oscuramento per decreto delle emittenti statali russe ha certificato la sfiducia delle classi dirigenti europee nella maturità intellettuale dei propri cittadini, considerati incapaci di confrontare fonti antitetiche. Il boicottaggio ha travolto atleti esclusi dalle competizioni, direttori d’orchestra licenziati e persino manifestazioni dell’arte e della letteratura russa classica, in una regressione censoria che ha trasformato la cultura in un’arma di discriminazione. Chiunque all’interno dell’Occidente provi a contestare l’efficacia delle sanzioni economiche o a problematizzare l’invio continuo di armamenti viene immediatamente delegittimato come agente di disinformazione.
Tornando al valore numerico del consenso, appare chiaro come una folla oceanica che marcia sventolando la medesima bandiera non rappresenti alcuna garanzia di verità. Nel momento in cui mille persone rinunciano allo scetticismo per adagiarsi nella gratificazione morale di sentirsi dalla parte giusta della storia, si riducono a meri involucri riempiti dalla retorica dominante. Esse si illudono di essere protagoniste di un processo democratico, ma stanno soltanto eseguendo una coreografia decisa altrove, amplificata da media di regime che premiano la polarizzazione emotiva a scapito del rigore analitico. Mentre, la vera indipendenza di pensiero non si manifesta nell’accodarsi rumorosamente alla maggioranza, ma nella solitaria e faticosa capacità di riconoscere che la propaganda non appartiene mai soltanto agli altri.
Giovanni Balducci
