Per comprendere pienamente la nascita e la straordinaria durata della “special relationship” tra Gran Bretagna e Stati Uniti, non è sufficiente partire dalla Seconda guerra mondiale, da Winston Churchill o dalla fondazione della NATO. Le radici del rapporto affondano almeno negli ultimi decenni della supremazia imperiale britannica, quando una parte delle classi dirigenti di Londra iniziò a interrogarsi su un problema destinato a diventare sempre più urgente: come conservare un ruolo mondiale britannico in un sistema internazionale nel quale gli Stati Uniti stavano rapidamente diventando più popolosi, più ricchi e industrialmente più potenti della stessa Gran Bretagna? È all’interno di questa lunga trasformazione che assumono particolare importanza il Round Table Movement, l’ambiente politico e intellettuale formatosi attorno ad Alfred Milner, la figura di Lionel Curtis, la successiva nascita di Chatham House, i rapporti con il Council on Foreign Relations, la trasformazione dell’Impero nel Commonwealth e infine la costruzione di un sistema estremamente profondo di cooperazione anglo-americana nella finanza, nell’intelligence, nella politica estera, negli armamenti nucleari e nella strategia militare.
Questa ricostruzione non richiede di immaginare un’unica organizzazione segreta capace di dirigere per oltre un secolo le politiche di Londra e Washington. Una simile conclusione andrebbe molto oltre ciò che consentono di dimostrare le fonti disponibili. È però possibile documentare qualcosa di storicamente più concreto: la continuità di gruppi dirigenti, reti personali, istituzioni e concezioni geopolitiche che accompagnarono il passaggio dalla centralità britannica dell’Ottocento alla predominanza statunitense del secondo Novecento. In questo senso la storia dell’alleanza anglo-americana è anche la storia dell’adattamento delle élite britanniche alla perdita della supremazia mondiale e del tentativo di trasformare il declino dell’Impero in una diversa forma di influenza internazionale.
La Gran Bretagna al centro del sistema mondiale
Per buona parte del XIX secolo il principale centro finanziario e commerciale internazionale non si trovava a Washington o a New York, ma a Londra. La Gran Bretagna disponeva della più estesa rete imperiale del pianeta, di una marina capace di proiettare potenza su scala globale e della City di Londra, uno dei grandi nodi mondiali del credito, delle assicurazioni, degli investimenti e del commercio. India, Canada, Australia, Nuova Zelanda, territori africani e asiatici, basi navali e punti di appoggio collocati lungo le principali rotte marittime consentivano a un paese territorialmente relativamente piccolo di esercitare un’influenza mondiale eccezionale.
Il potere britannico non consisteva quindi soltanto nel controllo formale delle colonie. Era contemporaneamente militare, commerciale, finanziario, diplomatico e istituzionale. Proprio questa complessità aiuta a comprendere perché la progressiva scomparsa dell’Impero territoriale non abbia coinciso automaticamente con la fine dell’influenza britannica. Nel Novecento il problema sarebbe diventato quello di stabilire quali elementi del vecchio sistema potessero sopravvivere alla perdita del dominio coloniale diretto.
Tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento gli equilibri economici stavano però cambiando rapidamente. Germania e Stati Uniti crescevano industrialmente e gli Stati Uniti disponevano di un vantaggio strutturale evidente: un territorio continentale, immense risorse naturali, una popolazione in fortissima espansione, un gigantesco mercato interno e una capacità produttiva destinata a superare quella delle tradizionali potenze europee. Per alcuni ambienti dell’establishment britannico divenne quindi necessario ripensare la stessa architettura dell’Impero.
Alfred Milner, il “Kindergarten” e il laboratorio sudafricano
Una delle figure fondamentali di questa fase fu Alfred Milner, amministratore imperiale e uomo politico britannico che esercitò un ruolo centrale nell’Africa australe negli anni della guerra anglo-boera e della successiva riorganizzazione del Sudafrica. Intorno a lui si formò un gruppo di giovani collaboratori e funzionari destinati in seguito a ricoprire posizioni importanti nell’amministrazione, nella politica, nel giornalismo e negli ambienti intellettuali britannici. Questo gruppo sarebbe passato alla storia con il nome, inizialmente ironico, di “Milner’s Kindergarten”.
Tra i personaggi più importanti troviamo Lionel Curtis e Philip Kerr, futuro marchese di Lothian. La stessa Chatham House ricostruisce il ruolo di Curtis nell’ambiente di Milner e l’importanza dell’esperienza sudafricana nella formazione della sua visione politica. Il Sudafrica rappresentò per questi uomini una sorta di laboratorio costituzionale: il problema era comprendere come riunire comunità e territori diversi all’interno di una struttura politica più ampia e relativamente stabile. La formazione dell’Unione Sudafricana nel 1910 rafforzò tra alcuni di loro l’idea che un modello federale potesse essere applicato, almeno teoricamente, su una scala molto più vasta.
Il Round Table Movement: riformare l’Impero per conservarne la forza
È da questo ambiente che tra il 1909 e il 1910 prese forma il movimento conosciuto come Round Table. Il suo nucleo iniziale proveniva in larga misura dall’esperienza sudafricana e il movimento si sviluppò successivamente attraverso gruppi presenti in Gran Bretagna e nei principali Dominions. La storiografia ha analizzato ampiamente la funzione della Round Table nei progetti di riorganizzazione dell’Impero; particolarmente importante è il lavoro dedicato a Lionel Curtis pubblicato da Oxford University Press, che ricostruisce il passaggio dalle concezioni imperiali ai successivi progetti di Commonwealth e cooperazione internazionale.
L’obiettivo originario di molti esponenti della Round Table era raggiungere una maggiore integrazione politica tra Gran Bretagna e Dominions, in particolare Canada, Australia, Nuova Zelanda e Sudafrica. Alcuni pensavano a una vera e propria federazione imperiale, dotata di istituzioni comuni responsabili soprattutto della politica estera e della difesa. Non si trattava quindi semplicemente di conservare l’Impero nella sua forma ottocentesca, ma di trasformarlo in una costruzione politica capace di adattarsi alla crescente autonomia delle sue componenti.
Lionel Curtis svolse un ruolo particolarmente significativo in questa elaborazione. La sua prospettiva si sarebbe progressivamente allargata dalla riorganizzazione costituzionale dell’Impero alla ricerca di forme più estese di cooperazione internazionale. Gli studi disponibili su Oxford Academic mostrano come il Commonwealth venisse concepito anche come possibile evoluzione del precedente sistema imperiale. Il progetto federale originario non si realizzò, ma una parte importante dell’idea sopravvisse: il passaggio da un impero rigidamente gerarchico a una rete politica e istituzionale più flessibile.
Gli Stati Uniti: concorrenti o futuri partner?
Parallelamente emergeva un altro problema strategico. Gli Stati Uniti avrebbero potuto rappresentare il principale concorrente economico della Gran Bretagna oppure, in una prospettiva differente, il partner attraverso il quale preservare una parte dell’influenza internazionale britannica. All’inizio del Novecento Londra e Washington avevano interessi distinti e talvolta conflittuali, ma esistevano anche rapporti finanziari, commerciali, accademici e culturali particolarmente sviluppati.
La Prima guerra mondiale accelerò questo cambiamento. La Gran Bretagna rimase una grande potenza, ma il conflitto indebolì la sua posizione finanziaria, mentre gli Stati Uniti consolidarono quella di grande creditore internazionale. Negli ambienti collegati alla Round Table iniziò inoltre a maturare una riflessione sul ruolo che gli Stati Uniti avrebbero potuto assumere all’interno di una più ampia organizzazione internazionale. Gli studi dedicati a Curtis mostrano infatti come la sua riflessione si sia progressivamente spostata dall’Impero britannico verso un sistema più vasto di cooperazione tra Stati, attribuendo particolare importanza ai rapporti tra i paesi anglofoni, come ricostruito da Oxford Academic.
Parigi 1919: dal Round Table a Chatham House
Uno dei passaggi più significativi avvenne durante la Conferenza di pace di Parigi del 1919. Il 30 maggio 1919, all’Hotel Majestic, circa trenta membri britannici e americani delle delegazioni riunite a Parigi parteciparono a un incontro promosso da Lionel Curtis. L’obiettivo era creare un’organizzazione permanente capace di promuovere lo studio sistematico delle relazioni internazionali e di far dialogare studiosi, funzionari e uomini impegnati nella politica estera. La stessa Chatham House considera l’incontro dell’Hotel Majestic uno dei momenti fondamentali della propria origine.
L’elemento particolarmente interessante è che il progetto iniziale aveva una forte dimensione anglo-americana. L’idea di un’unica istituzione comune non si concretizzò, anche per la diversa evoluzione politica dei due paesi, ma le iniziative continuarono separatamente. In Gran Bretagna nacque il British Institute of International Affairs, successivamente divenuto Royal Institute of International Affairs, universalmente conosciuto come Chatham House; negli Stati Uniti si sviluppò invece il Council on Foreign Relations, costituito a New York nel 1921. La ricostruzione centenaria di Chatham House collega l’ambiente di Parigi alla successiva evoluzione delle due istituzioni sulle opposte sponde dell’Atlantico.
Questo non significa che Chatham House e CFR costituissero un unico centro di comando politico. Significa però che ambienti diplomatici, accademici, economici e intellettuali britannici e statunitensi costruirono luoghi permanenti nei quali discutere, analizzare e interpretare le grandi questioni internazionali. Era un’importante trasformazione nel modo attraverso il quale le élite producevano e facevano circolare idee strategiche.
Carroll Quigley e la controversia sull’“establishment anglo-americano”
Una delle interpretazioni più conosciute e controverse di queste reti fu successivamente elaborata dallo storico della Georgetown University Carroll Quigley, autore di Tragedy and Hope e The Anglo-American Establishment. Quigley attribuì grande importanza alla continuità tra gli ambienti di Cecil Rhodes e Alfred Milner, il Round Table Movement e una serie di successive istituzioni britanniche e transatlantiche. I suoi manoscritti e materiali di ricerca sono conservati negli archivi della Georgetown University.
Bretton Woods: Keynes, White e il nuovo equilibrio economico
La Seconda guerra mondiale trasformò definitivamente il rapporto tra Londra e Washington. Ancora prima della conclusione del conflitto, britannici e americani stavano discutendo l’architettura economica del mondo postbellico. I due protagonisti principali furono John Maynard Keynes, per il Tesoro britannico, e Harry Dexter White, per quello statunitense. Entrambi ritenevano necessario evitare il ritorno al caos monetario, al protezionismo e alle svalutazioni competitive degli anni Trenta, ma proposero inizialmente soluzioni differenti. L’International Monetary Fund ricostruisce le differenze tra il piano Keynes e il piano White.
Keynes immaginava una International Clearing Union dotata di una valuta contabile internazionale, il bancor, e di meccanismi destinati a distribuire maggiormente gli oneri dell’aggiustamento tra paesi debitori e creditori. White proponeva invece una struttura basata su un fondo finanziato dagli Stati partecipanti. Dal confronto tra i due progetti nacque il compromesso discusso alla conferenza di Bretton Woods del luglio 1944, alla quale parteciparono delegazioni di 44 paesi. L’IMF conserva una ricostruzione della conferenza e della nascita delle nuove istituzioni monetarie internazionali.
Il risultato fu la creazione del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Internazionale per la Ricostruzione e lo Sviluppo, mentre il dollaro divenne il perno del nuovo sistema monetario. Il significato politico ed economico era evidente: Londra partecipava ancora alla progettazione dell’ordine economico internazionale, ma Washington disponeva ormai di una capacità finanziaria e industriale nettamente superiore.
1945-46: la Gran Bretagna vince la guerra ma dipende dal credito americano
Alla fine della guerra la Gran Bretagna era formalmente una delle principali potenze vincitrici, ma aveva sostenuto costi finanziari enormi. La cessazione del programma Lend-Lease rese ancora più urgente l’ottenimento di nuovo credito americano. L’Anglo-American Financial Agreement prevedeva un nuovo credito statunitense di 3,75 miliardi di dollari, al quale si aggiungevano circa 650 milioni di dollari relativi alla sistemazione del Lend-Lease, circostanza che spiega la cifra complessiva di circa 4,4 miliardi spesso utilizzata nelle ricostruzioni storiche.
I documenti diplomatici conservati dall’Office of the Historian del Dipartimento di Stato statunitense permettono di ricostruire le dimensioni dell’accordo e le trattative. La questione non era però esclusivamente finanziaria. Washington puntava alla liberalizzazione degli scambi e alla riduzione delle discriminazioni commerciali legate all’area della sterlina e alle preferenze imperiali. Il vecchio sistema economico dell’Impero britannico veniva così progressivamente inserito in un ordine internazionale nel quale gli Stati Uniti possedevano una posizione dominante.
Attlee, l’indipendenza dell’India e la trasformazione dell’Impero
Il governo laburista di Clement Attlee, insediatosi nel 1945, dovette affrontare contemporaneamente la costruzione del welfare state, le difficoltà economiche, la guerra fredda e la crescente pressione dei movimenti anticoloniali. L’episodio più importante fu naturalmente l’India. Su questo punto è necessaria una precisazione: l’India non ottenne l’indipendenza il 15 marzo 1946. L’Indian Independence Act ricevette il Royal Assent il 18 luglio 1947 e stabilì che dal 15 agosto 1947 sarebbero esistiti i due nuovi Dominions dell’India e del Pakistan, come si può verificare direttamente nel testo dell’Indian Independence Act 1947.
La decolonizzazione britannica non fu tuttavia un processo uniforme. Londra negoziò o accettò l’indipendenza in alcune aree, mentre in altre cercò di conservare più a lungo il proprio controllo politico o strategico. Il risultato generale fu una progressiva trasformazione dell’Impero nel Commonwealth, all’interno del quale la Gran Bretagna tentò di mantenere relazioni diplomatiche, economiche, militari e culturali con molti dei territori precedentemente sottoposti alla propria sovranità.
Da questo punto di vista emerge una continuità interessante con i dibattiti della Round Table: come sostituire progressivamente il controllo imperiale diretto con una struttura più flessibile di cooperazione e influenza? Il Commonwealth reale fu il prodotto di numerosi processi storici e non può essere semplicemente considerato la realizzazione del progetto di Curtis, ma la questione politica alla quale cercava di rispondere presentava alcuni elementi comuni.
UKUSA e Five Eyes: l’alleanza entra nell’intelligence
Uno dei più profondi strumenti della nuova relazione anglo-americana venne costruito nel campo dell’intelligence elettronica. Durante la Seconda guerra mondiale i servizi britannici e americani avevano sviluppato una collaborazione molto stretta nella crittoanalisi e nell’intercettazione delle comunicazioni. Nel 1943 il BRUSA Agreement aveva ulteriormente strutturato tale collaborazione.
Il 5 marzo 1946 venne firmato l’UKUSA Agreement, destinato a costituire la base della cooperazione postbellica nel settore della signals intelligence. La ricostruzione ufficiale del GCHQ sulla storia dell’accordo UKUSA spiega come il Canada aderì al sistema nel 1949, mentre Australia e Nuova Zelanda entrarono nel 1956, completando quella comunità di intelligence oggi conosciuta come Five Eyes.
L’importanza dell’accordo è notevole. La cooperazione comprende condivisione di comunicazioni intercettate, analisi, attività crittografiche e altre forme di intelligence. È uno dei settori nei quali la special relationship ha assunto una dimensione operativa e istituzionale molto più profonda della semplice vicinanza diplomatica tra governi.
Suez 1956: il momento in cui emergono i nuovi rapporti di forza
La crisi di Suez del 1956 rappresentò probabilmente la dimostrazione più evidente della nuova gerarchia occidentale. Dopo la nazionalizzazione della Compagnia del Canale da parte del presidente egiziano Gamal Abdel Nasser, Gran Bretagna e Francia elaborarono insieme a Israele un piano militare contro l’Egitto. L’amministrazione americana di Dwight Eisenhower si oppose all’operazione e cercò di ottenere una soluzione diplomatica. La vicenda è ricostruita dettagliatamente dall’Office of the Historian del Dipartimento di Stato americano nella documentazione dedicata alla crisi di Suez.
Washington esercitò forti pressioni politiche ed economiche sugli alleati, mentre la vulnerabilità della sterlina rendeva particolarmente difficile per Londra sostenere una politica apertamente contraria agli Stati Uniti. Suez mostrò quindi che la Gran Bretagna possedeva ancora forze armate, basi internazionali, un apparato diplomatico globale e capacità nucleari, ma non disponeva più della libertà d’azione dell’epoca imperiale quando Washington si opponeva direttamente alle sue iniziative.
Paradossalmente, Suez non determinò una separazione permanente. Negli anni immediatamente successivi Londra cercò di ricostruire il rapporto con gli Stati Uniti e la cooperazione divenne ancora più stretta in settori strategici fondamentali.
L’alleanza nucleare: dal Mutual Defence Agreement a Polaris e Trident
Nel 1958 Stati Uniti e Regno Unito conclusero il Mutual Defence Agreement, che costituì la base di una cooperazione eccezionalmente profonda nel campo nucleare. Il rapporto fu ulteriormente rafforzato dal Polaris Sales Agreement del 1963, attraverso il quale gli Stati Uniti fornirono alla Gran Bretagna il sistema missilistico Polaris. La cooperazione nata allora costituisce ancora oggi uno dei pilastri della deterrenza britannica.
Il governo britannico riconosce ufficialmente che la propria capacità nucleare continua a basarsi su una cooperazione particolarmente stretta con Washington. Nella documentazione ufficiale britannica sulla deterrenza nucleare vengono richiamati il Mutual Defence Agreement e il Polaris Sales Agreement come elementi fondamentali della relazione.
Il caso del Trident mostra concretamente la profondità di tale cooperazione. Il Regno Unito mantiene una deterrenza nucleare nazionale e proprie testate, ma il sistema missilistico è strettamente collegato agli Stati Uniti. La relazione governativa britannica sul Defence Nuclear Enterprise del 2026 descrive il rapporto con gli Stati Uniti e il ruolo della base di Kings Bay, in Georgia, nella gestione dello stock di missili. È uno degli esempi più concreti della combinazione di autonomia formale e interdipendenza strategica che caratterizza la special relationship.
Una “special relationship”, ma non una completa identità di interessi
La vicinanza strategica non ha mai significato perfetta coincidenza di interessi. Durante la guerra del Vietnam, per esempio, il governo britannico di Harold Wilson sostenne politicamente Washington ma non inviò contingenti militari nel conflitto. In altri periodi sono emerse divergenze sulla politica europea, sul Medio Oriente, sul commercio internazionale e su specifiche operazioni militari.
È significativo che persino una commissione parlamentare britannica, analizzando nel 2010 il rapporto con Washington, abbia messo in guardia da un uso troppo generico dell’espressione “special relationship”. Il rapporto della House of Commons Foreign Affairs Committee sulle relazioni tra Regno Unito e Stati Uniti riconosceva la straordinaria profondità della collaborazione soprattutto in campi come intelligence e sicurezza, ma sottolineava al tempo stesso che non ogni aspetto della relazione poteva essere considerato automaticamente “speciale”.
Questa precisazione permette di evitare due semplificazioni opposte. È impreciso presentare Gran Bretagna e Stati Uniti come partner perfettamente equivalenti, ma sarebbe altrettanto riduttivo considerare Londra completamente priva di capacità autonoma. Il rapporto può essere descritto più correttamente come una partnership profondamente istituzionalizzata, ma strutturalmente asimmetrica.
Thatcher, Reagan e il ritorno simbolico dell’asse anglo-americano
Con Margaret Thatcher, al governo dal 1979, il rapporto con Washington acquistò nuovamente una fortissima dimensione politica e simbolica. L’intesa personale e politica con Ronald Reagan divenne uno degli elementi più noti dell’ultima fase della guerra fredda. Entrambi condividevano una netta opposizione all’Unione Sovietica e una visione economica favorevole alla liberalizzazione dei mercati, alle privatizzazioni e alla riduzione dell’intervento diretto dello Stato nell’economia.
Anche in questa fase gli interessi dei due paesi non coincisero sempre. Ciò che rimase particolarmente stabile furono invece le strutture profonde della cooperazione: intelligence, difesa, rapporti nucleari, interoperabilità militare e consultazione diplomatica. È questo livello strutturale, più delle relazioni personali tra i singoli leader, a spiegare la durata dell’alleanza.
Tony Blair e il nuovo atlantismo laburista
Una continuità analoga emerse con l’arrivo di Tony Blair nel 1997. Il New Labour aveva profondamente rinnovato il tradizionale programma economico laburista, accettando molti elementi dell’economia di mercato globalizzata e attribuendo grande importanza alla collaborazione con gli Stati Uniti. Sul piano internazionale il governo Blair partecipò alle operazioni occidentali in Kosovo, intervenne in Afghanistan dopo gli attentati dell’11 settembre 2001 e fu il principale alleato europeo dell’amministrazione di George W. Bush durante l’invasione dell’Iraq del 2003.
La guerra in Iraq alimentò successivamente un enorme dibattito sulla natura della special relationship e sulla reale capacità britannica di influenzare le decisioni americane. La continuità dell’alleanza tra governi appartenenti a tradizioni politiche differenti suggerisce comunque che il rapporto non dipenda semplicemente dalle convinzioni personali di un primo ministro. NATO, intelligence, deterrenza nucleare, interoperabilità militare, cooperazione diplomatica e rapporti economici costituiscono strutture molto più durature dei singoli governi.
Brexit, “Global Britain” e il rapporto economico con Washington
La Brexit ha aperto una nuova fase. Dopo l’uscita dall’Unione Europea, Londra ha cercato di rafforzare una strategia internazionale spesso sintetizzata nell’espressione “Global Britain”, attribuendo inevitabilmente grande importanza alla relazione economica con gli Stati Uniti. Il grande accordo di libero scambio evocato negli anni immediatamente successivi al referendum non si è concretizzato nella forma inizialmente immaginata, ma la cooperazione economica è continuata attraverso altri strumenti.
L’8 maggio 2025, il governo britannico guidato da Keir Starmer e l’amministrazione statunitense di Donald Trump hanno concordato i termini generali dell’UK-US Economic Prosperity Deal, che riguarda settori come automobili, acciaio, alluminio e prodotti agricoli. Il testo e gli sviluppi dell’intesa sono raccolti nella documentazione ufficiale del governo britannico sull’Economic Prosperity Deal.
La relazione economica tra i due paesi rimane comunque enorme. Nel 2026 la House of Commons Business and Trade Committee ha pubblicato un rapporto dedicato ai 250 anni delle relazioni economiche tra Regno Unito e Stati Uniti, indicando gli Stati Uniti come il maggiore partner commerciale singolo del Regno Unito e sottolineando la profondità degli investimenti reciproci.
AUKUS e il nuovo asse strategico nell’Indo-Pacifico
Uno degli sviluppi più significativi della fase contemporanea è AUKUS, la partnership strategica tra Australia, Regno Unito e Stati Uniti annunciata nel 2021. Il primo pilastro riguarda la creazione di una capacità australiana di sommergibili convenzionalmente armati ma a propulsione nucleare, mentre il secondo comprende cooperazione in tecnologie avanzate, sistemi autonomi, capacità sottomarine, intelligenza artificiale, tecnologie quantistiche e altri settori militari.
Nel maggio 2026 i ministri della Difesa dei tre paesi hanno riaffermato formalmente il proprio impegno verso il programma, come emerge dal comunicato ministeriale congiunto AUKUS del 30 maggio 2026. Dal punto di vista storico il parallelo è suggestivo: più di un secolo dopo le discussioni della Round Table sulla cooperazione tra Gran Bretagna e grandi Dominions, Regno Unito, Australia e Stati Uniti sono nuovamente legati da una struttura militare e tecnologica estremamente avanzata nell’Indo-Pacifico.
Naturalmente AUKUS non può essere considerato la semplice realizzazione del progetto elaborato da Curtis e dalla Round Table. La continuità interessante riguarda piuttosto la geografia strategica della cooperazione anglofona, che continua a emergere in forme diverse nell’intelligence, nella tecnologia militare e nella difesa.
Dalla gerarchia imperiale alle reti di potere
È proprio questo elemento che consente di osservare con maggiore precisione il passaggio storico dall’Impero britannico all’ordine atlantico. Nel XIX secolo Londra esercitava gran parte del proprio potere attraverso colonie, protettorati, basi navali, controllo delle rotte e capitale finanziario. Nel corso del XX secolo, con la progressiva dissoluzione dell’Impero, una parte di questa influenza venne riorganizzata attraverso reti diplomatiche, istituzioni multilaterali, intelligence, cooperazione militare, finanza internazionale, Commonwealth e rapporto privilegiato con gli Stati Uniti.
Il cambiamento non fu integralmente pianificato e non avvenne senza conflitti. Londra e Washington sono state anche concorrenti economiche e hanno avuto divergenze importanti sulla decolonizzazione, sul Medio Oriente, sul commercio, sull’Europa e sulle guerre del secondo dopoguerra. Non esiste dunque una linea perfettamente continua attraverso la quale un gruppo ristretto avrebbe progettato in anticipo ogni fase della trasformazione.
Esiste tuttavia una continuità strutturale significativa. Il Round Table, la nascita di Chatham House, il parallelo sviluppo del Council on Foreign Relations, Bretton Woods, l’Anglo-American Financial Agreement, la NATO, UKUSA e Five Eyes, la cooperazione nucleare, Polaris, Trident e oggi AUKUS rappresentano momenti differenti di una relazione anglo-americana progressivamente divenuta più profonda e istituzionalizzata.
Giovanni Balducci
