C’è qualcosa di insolito nel nuovo dibattito sull’intelligenza artificiale. Bernie Sanders e Steve Bannon, due figure collocate agli estremi opposti della politica americana, sono arrivati negli stessi giorni a chiedere maggiori limiti allo sviluppo dei sistemi più potenti. Elon Musk, mentre investe enormemente nell’AI attraverso xAI, sostiene che i modelli di frontiera debbano essere sottoposti a controlli più severi. Re Carlo III richiama i leader tecnologici al rischio di perdere il controllo della tecnologia. Donald Trump, invece, continua a interpretare l’AI soprattutto come una competizione che gli Stati Uniti non possono permettersi di perdere contro la Cina. (Reuters)
Non esistono quindi soltanto un fronte favorevole e uno contrario all’intelligenza artificiale. Stanno emergendo visioni differenti persino su che cosa sia realmente l’AI: una nuova fonte di produttività, una minaccia per il lavoro, un possibile rischio per l’umanità, un’arma geopolitica o l’infrastruttura sulla quale si giocherà la sovranità degli Stati. Forse è tutte queste cose assieme.
Sanders: se l’AI aumenta la produttività, il beneficio deve andare ai lavoratori
Bernie Sanders parte innanzitutto dalla distribuzione della ricchezza. La sua preoccupazione è che automazione e intelligenza artificiale consentano alle imprese di produrre di più utilizzando meno lavoro, mentre i vantaggi economici restano concentrati tra proprietari e grandi società tecnologiche.
L’8 settembre Sanders ha ripresentato insieme al democratico Mark Takano una proposta per portare la settimana lavorativa standard statunitense a 32 ore senza riduzione di stipendio o benefici, collegandola esplicitamente agli incrementi di produttività prodotti da AI, robotica e automazione. La sua tesi è che i guadagni derivanti dalle nuove tecnologie non debbano finire esclusivamente a dirigenti e azionisti. (Senator Bernie Sanders)
Negli ultimi giorni Sanders è andato oltre la questione economica. Al “Pro-Human Assembly” di Washington ha sostenuto l’ipotesi di un accordo internazionale, comprendente anche la Cina, per fermare lo sviluppo di una futura superintelligenza fuori dal controllo umano. Ha evocato il precedente degli accordi nucleari tra Stati Uniti e Unione Sovietica: avversari strategici capaci comunque di concordare limiti quando il rischio riguardava entrambi. (The Guardian)
La sua visione combina quindi due questioni differenti: chi riceverà i benefici economici dell’AI e chi controllerà i sistemi più potenti.
Bannon arriva allo stesso allarme, ma prende la strada opposta sulla Cina
È significativo che sul problema del lavoro Sanders abbia trovato un interlocutore inatteso in Steve Bannon. L’ex stratega di Trump avverte da tempo che l’AI potrebbe colpire soprattutto i lavori amministrativi, tecnologici e l’ingresso nel mercato del lavoro, con conseguenze particolarmente pesanti per i giovani.
Già nel 2025 Bannon sosteneva che il rischio di una forte eliminazione dei posti di lavoro sarebbe diventato un tema politico centrale. Da allora ha accentuato la critica alle grandi società tecnologiche, accusando quella che definisce l’élite tecnologica di trasferire sulla società i rischi della rivoluzione AI mantenendone privatamente i profitti. (Axios)
Ma qui finisce la convergenza con Sanders. Bannon non propone una cooperazione con Pechino. Al contrario, considera la competizione con la Cina una sorta di nuova Guerra fredda e chiede di separare radicalmente gli ecosistemi tecnologici dei due Paesi: limitare chip, capitali, formazione e trasferimenti tecnologici verso la Cina per consentire agli Stati Uniti di rallentare, regolamentare il proprio settore e mantenere contemporaneamente il vantaggio strategico. (The Guardian)
È un paradosso interessante del dibattito americano: la sinistra di Sanders e il sovramismo populista di Bannon possono incontrarsi nella diffidenza verso il potere di Silicon Valley, ma divergono completamente quando il problema AI diventa geopolitico.
Trump: prima vincere la corsa
Donald Trump parte da una premessa diversa. Nei documenti ufficiali della sua amministrazione l’intelligenza artificiale viene presentata esplicitamente come una competizione globale nella quale gli Stati Uniti devono conservare la leadership economica, tecnologica e militare.
L’“America’s AI Action Plan” pubblicato dalla Casa Bianca nel 2025 utilizza apertamente il concetto di “AI race” e punta su accelerazione dell’innovazione, costruzione di data center e infrastrutture energetiche, riduzione delle barriere regolatorie ed esportazione dell’intero ecosistema americano — chip, modelli, software e applicazioni — verso alleati e partner. (The White House)
La posizione è diventata ancora più evidente nel settembre 2026, quando Trump ha respinto i nuovi allarmi sui rischi dei modelli avanzati e ha sostenuto che rallentare le aziende americane potrebbe avvantaggiare la Cina. La sua amministrazione continua quindi a privilegiare competitività e capacità industriale rispetto all’introduzione di nuovi vincoli federali generalizzati. (Reuters)
La frattura attraversa così la stessa area trumpiana: Trump vuole accelerare; Bannon teme che quella stessa accelerazione possa travolgere una parte dei lavoratori che costituiscono la base sociale del movimento MAGA. (ABC News)
Carlo III: il problema non è chi vince, ma se l’uomo conserva il controllo
Carlo III osserva la stessa trasformazione da una posizione completamente differente. Non governa la politica tecnologica britannica e, in quanto monarca costituzionale, non svolge il ruolo di un presidente o di un legislatore. Il suo intervento al summit sull’intelligenza artificiale di Dumfries House è soprattutto morale e precauzionale. Il sovrano ha riconosciuto le potenzialità dell’AI nella medicina e nelle scienze, ma ha richiamato i leader del settore ai possibili rischi “esistenziali” e alla necessità di predisporre strumenti di controllo prima che i sistemi diventino troppo potenti. Ha posto la questione nei termini della “conservazione del destino e della dimensione umana della società”. (The Royal Family)
Musk: costruire l’AI e contemporaneamente temerla
La posizione di Elon Musk contiene forse la contraddizione più evidente dell’intero confronto. Musk è uno dei protagonisti della corsa commerciale attraverso xAI, ma contemporaneamente è da anni tra le figure dell’industria più inclini a parlare pubblicamente dei rischi derivanti da sistemi più intelligenti dell’uomo.
Nel luglio 2026 ha proposto che le principali società del settore sottopongano reciprocamente a peer review i modelli di frontiera prima del rilascio, con incontri periodici tra i laboratori per discutere problemi di sicurezza. Nella sua impostazione l’intervento governativo dovrebbe arrivare soprattutto quando le aziende non siano capaci di correggere autonomamente rischi gravi. (Investing.com)
A settembre Musk si è inoltre associato agli appelli provenienti da altri dirigenti del settore per rallentare la crescita delle capacità dei modelli più avanzati mentre vengono sviluppate migliori garanzie di sicurezza. (Reuters)
La sua posizione mostra quanto sia ormai difficile dividere il dibattito tra “tecnologici” e “anti-tecnologici”: alcuni degli allarmi più forti arrivano precisamente dalle persone che stanno implementando l’AI.
Palantir: l’AI come infrastruttura del potere nazionale
Palantir introduce un’altra prospettiva ancora. Per l’azienda guidata da Alex Karp l’intelligenza artificiale non è soltanto uno strumento commerciale, ma è sempre più integrata nei sistemi di difesa, intelligence e comando.
L’espansione di Palantir nel settore militare lo dimostra concretamente. Il Regno Unito ha avviato con la società una partnership per sviluppare capacità basate sull’AI destinate alla pianificazione e al processo decisionale militare, mentre la tecnologia dell’azienda è entrata sempre più profondamente anche nelle infrastrutture di difesa statunitensi e NATO. (GOV.UK)
Karp mantiene inoltre una posizione distinta da quella dei dirigenti tecnologici che invocano un rallentamento generalizzato. Nel recente dibattito sui rischi AI ha insistito maggiormente sulla responsabilità legale delle aziende: se un sistema provoca danni, sostiene, chi lo produce deve risponderne. Ha espresso scetticismo verso alcune richieste di regolamentazione provenienti dagli stessi laboratori AI, ipotizzando che possano servire anche a ridurre l’esposizione giuridica delle aziende. (Business Insider)
Mosca: senza una propria AI non esiste vera sovranità
Il ragionamento russo è ancora più esplicito. Vladimir Putin ha definito i modelli nazionali di intelligenza artificiale una questione di sovranità statale, tecnologica e persino valoriale. La Russia, secondo il presidente, non può accettare una dipendenza critica da modelli stranieri capaci non soltanto di elaborare dati ma anche di influenzare l’informazione e l’opinione pubblica. (Reuters)
Mosca punta quindi allo sviluppo di modelli linguistici interamente controllati da società e tecnici russi, all’espansione dei data center e a un maggiore utilizzo dell’AI nell’economia. Putin ha ribadito nell’aprile 2026 che l’intero ciclo di sviluppo e addestramento dei modelli fondamentali dovrebbe essere controllato internamente. (Reuters Connect)
Le sanzioni e le limitazioni nell’accesso ai chip più avanzati rappresentano però un ostacolo significativo. Dirigenti dell’industria russa hanno riconosciuto il vantaggio tecnologico mantenuto da Stati Uniti e Cina, pur sostenendo che possedere modelli nazionali sia ormai strategicamente paragonabile all’appartenenza a un nuovo “club” di grandi potenze. (Reuters)
Pechino: accelerare, controllare e non dipendere dagli Stati Uniti
La Cina combina elementi che in Occidente vengono spesso presentati come opposti. Pechino vuole accelerare lo sviluppo dell’intelligenza artificiale, integrarla nell’industria e ridurre la dipendenza dalle tecnologie americane. Xi Jinping ha ripetutamente indicato la autosufficienza tecnologica come priorità, in particolare per chip, infrastrutture e tecnologie fondamentali. (Reuters)
Allo stesso tempo, però, il governo cinese sta costruendo un sistema di regolamentazione che comprende valutazioni di sicurezza, standard obbligatori e controlli sui sistemi generativi e sugli agenti autonomi. La strategia non consiste nel fermare la corsa all’AI, ma nell’accelerarne l’applicazione mantenendola, secondo la formulazione ufficiale, “sicura e controllabile”. (Reuters)
Nel luglio 2026 Xi ha inoltre proposto una maggiore governance internazionale dell’AI attraverso le Nazioni Unite e ha sostenuto che i sistemi debbano rimanere sotto controllo umano. Pechino promuove parallelamente open source e cooperazione internazionale, mentre contesta le restrizioni tecnologiche statunitensi che considera un’estensione eccessiva del concetto di sicurezza nazionale. (Consiglio di Stato Cinese)
Naturalmente esiste una tensione evidente tra il linguaggio della cooperazione globale e la competizione concreta con Washington. Stati Uniti e Cina stanno infatti cercando contemporaneamente di proteggere chip, modelli, talenti e catene tecnologiche considerate strategiche. (Reuters)
La vera battaglia potrebbe essere sul controllo, non sull’intelligenza
Le differenze tra queste posizioni mostrano perché la discussione sull’AI non può più essere ridotta alla domanda “favorevoli o contrari?” allo sviluppo dell’AI. Per decenni il potere internazionale è stato misurato attraverso eserciti, energia, industria, moneta e controllo delle materie prime. Ora si aggiungono potenza di calcolo, chip, dati e modelli di intelligenza artificiale. La domanda che unisce, pur con risposte radicalmente differenti, tutti gli attori internazionali non riguarda soltanto quanto intelligente diventerà una macchina. Riguarda soprattutto chi avrà il potere di costruirla, controllarla, utilizzarla e appropriarsi dei benefici che produrrà.
Giovanni Balducci
