La visione geopolitica di Muammar Gheddafi, esposta sistematicamente nel Libretto Verde pubblicato tra il 1976 e il 1979, rappresenta un tentativo radicale di ridefinire gli equilibri mondiali attraverso la Terza Teoria Universale. Questo modello teorico rifiuta in modo intransigente sia il capitalismo occidentale, basato sullo sfruttamento del lavoro salariato e sull’accumulazione privata, sia il marxismo-leninismo sovietico, giudicato come una dittatura burocratica fondata sul collettivismo di Stato e sull’alienazione dell’individuo.
Nel pensiero di Gheddafi, la democrazia rappresentativa e parlamentare viene liquidata come una farsa borghese che espropria il popolo della sua sovranità; la soluzione proposta consiste nella democrazia diretta esercitata tramite i Comitati Popolari, organismi di base in cui ogni cittadino partecipa direttamente alle decisioni politiche e amministrative. Sul piano economico, il principio cardine stabilisce che i produttori siano partner effettivi e non dipendenti salariati, abolendo la divisione tra datori di lavoro e lavoratori per restituire la proprietà dei mezzi di produzione direttamente a chi li utilizza.
Sul piano internazionale e geopolitico, la visione del Raiss evolve profondamente nel corso dei decenni. Dopo le delusioni e i fallimenti dei progetti di unione politica immediata con i vicini Stati mediorientali, la strategia libica sposta il proprio baricentro geostrategico dall’Asia occidentale all’Africa subsahariana. Gheddafi si fa promotore di un pan-africanismo militante e anti-imperialista, proclamandosi apertamente “Re dei Re tradizionali d’Africa” e investendo massicciamente le risorse petrolifere libiche nel finanziamento di infrastrutture, programmi di sviluppo e mediazioni diplomatiche nei conflitti locali, con l’obiettivo dichiarato di affrancare il continente dal neocolonialismo delle potenze occidentali.
L’espressione più ambiziosa di questa geopolitica continentale si concretizza nella spinta verso la creazione degli Stati Uniti d’Africa. Gheddafi guida la trasformazione dell’Organizzazione dell’Unità Africana nella nuova Unione Africana nel 2002, concepita come il primo passo verso una federazione continentale dotata di un esercito comune, di un mercato unico integrato e, soprattutto, di una valuta unica africana basata sul dinaro d’oro. Questa moneta avrebbe dovuto essere totalmente sganciata dal dollaro statunitense e dall’euro europeo, sottraendo il controllo delle immense risorse africane — tra cui petrolio, gas, uranio e oro — ai mercati finanziari occidentali.
La posizione geografica della Libia assume così una funzione di cerniera strategica e di leva di pressione geopolitica nei confronti dell’Europa. Gheddafi utilizza il controllo dei flussi migratori provenienti dal Sahel e le forniture energetiche cruciali per il mercato europeo, in particolare per l’Italia, come strumenti di contrattazione per imporre una nuova simmetria di potere nei rapporti bilaterali e internazionali.
In questo quadro, la visione geopolitica di Gheddafi si intrecciava profondamente con una feroce opposizione ai residui del colonialismo economico in Africa, incarnati in modo emblematico dal franco CFA. Questa moneta coloniale, introdotta nel 1945 e legata prima al franco francese e poi all’euro, è stata a lungo criticata dal leader libico come lo strumento principale attraverso cui la Francia continuava a mantenere sotto tutela economica e monetaria i quattordici Stati dell’Africa subsahariana e centrale, drenandone le ricchezze e impedendone la piena sovranità.
Nel disegno strategico della sua spinta panafricana, la sostituzione del franco CFA rappresentava il tassello fondamentale per l’indipendenza del continente. Gheddafi aveva accumulato nei caveau della Banca centrale libica riserve stimate in 143 tonnellate d’oro e altrettante d’argento, un tesoro finanziario destinato a finanziare la coniazione del dinaro d’oro, una valuta unica pan-africana. Questa nuova moneta avrebbe dovuto liberare i Paesi francofoni africani dalla morsa di Parigi, permettendo loro di commerciare le proprie risorse naturali a condizioni autonome e svincolate dai mercati occidentali.
La convergenza di questi fattori geopolitici ed economici spiega, secondo molte analisi e documenti desecretati, le motivazioni profonde dietro la morte voluta e orchestrata da Nicolas Sarkozy e Barack Obama nel 2011. L’inchiesta sulle email riservate dell’allora Segretario di Stato USA Hilary Clinton, rese pubbliche dal Dipartimento di Stato, ha confermato che l’intelligence francese aveva intercettato il piano di Gheddafi per il dinaro d’oro e la fine del franco CFA, percependolo come una minaccia esistenziale per l’egemonia economica di Parigi in Africa.
Spinto dal timore di perdere il controllo sulle aree di influenza strategica e dalle pressioni interne legate alla stabilità monetaria francese, il presidente Nicolas Sarkozy fu il principale promotore dell’intervento militare della coalizione NATO. A questa spinta si unì l’amministrazione di Barack Obama, che garantì il supporto logistico e militare americano per rovesciare il regime di Tripoli. L’eliminazione fisica di Gheddafi, avvenuta nell’ottobre del 2011, ha così neutralizzato definitivamente il progetto di un’Africa economicamente autonoma e sovrana, preservando gli interessi neocoloniali occidentali nel continente e lasciando in eredità un dibattito irrisolto sui modelli alternativi di sviluppo globale e sui rapporti di forza tra Nord e Sud del pianeta.
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