Il paradosso di Mykhailo Fedorov: perché chiedeva le elezioni ma resta un architetto della guerra tecnologica

La figura di Mykhailo Fedorov — ex ministro della Difesa e della Trasformazione digitale dell’Ucraina, oggi consulente di Guido Crosetto — racchiude una delle contraddizioni più evidenti della politica contemporanea in tempo di conflitto. Da un lato c’è il politico che lancia una sfida aperta al potere di Volodymyr Zelensky chiedendo di ripristinare il voto democratico; dall’altro c’è il tecnocrate che ha spinto al massimo livello l’industrializzazione della guerra tecnologica e dei droni. La richiesta di elezioni in pieno stato di guerra non fa di Fedorov un pacifista, né un oppositore della lotta armata. Al contrario, la sua mossa va letta su un piano politico e di potere del tutto interno all’apparato di sicurezza ucraino e occidentale.
La svolta è arrivata dopo la sua rimozione dal governo nel luglio, decisa da Zelensky in seguito a forti frizioni con i vertici militari. Tagliato fuori dai giochi e scaricato dal cerchio magico presidenziale nonostante la sua popolarità, Fedorov ha pubblicato un video in cui ha attaccato la gestione del governo, denunciando una crisi sistemica di governance e chiedendo di trovare una via per tenere le elezioni nonostante la legge marziale. La motivazione ufficiale e pubblica usata da Fedorov è stata netta: «La democrazia non può essere ostaggio di Putin», sostenendo che i cittadini ucraini non debbano rinunciare al diritto di rinnovare la propria fiducia o sfiduciare chi governa. Dietro questa retorica democratica, tuttavia, si muoveva una mossa di posizionamento personale e di lotta politica interna. Sentendosi estromesso dai centri di comando dopo le lotte di potere con i comandi militari, Fedorov ha usato la carta delle elezioni come uno strumento di pressione e di autopromozione per lanciare la sua futura traiettoria politica autonoma, sfruttando il consenso accumulato come “ministro dei droni”.
Chiedere elezioni in tempo di guerra non significa affatto volere la fine del conflitto o criticare la logica della deterrenza armata. Fedorov non ha mai messo in discussione la necessità della guerra totale o la prosecuzione dello scontro con la Russia; ha contestato chi debba gestirla e come debba essere organizzata la macchina statale. La prova lampante sta nella sua immediata ricollocazione internazionale. Subito dopo essere uscito dal governo di Kiev ed essere andato in tour all’estero, è sbarcato a Roma come consulente strategico per l’innovazione della Difesa di Guido Crosetto. Il suo compito non è mediare la pace, ma fare esattamente ciò che ha fatto in Ucraina: accelerare l’adozione su larga scala di intelligenza artificiale militare, software di puntamento (come quelli di Palantir) e flotte di droni autonomi.
Chi invoca le elezioni per ragioni di democrazia interna può contemporaneamente essere il massimo teorico e pratico della defense tech, ossia di quel complesso industriale-militare in cui la tecnologia digitale e la guerra permanente si fondono. Per Fedorov lo Stato non deve sparire: deve diventare agilissimo e spietatamente efficiente nel finanziare e industrializzare i sistemi d’arma. La sua spinta democratica e la sua vocazione militarista non sono in contraddizione: riflettono la nascita di una nuova classe dirigente tecnocratica e atlantica che vuole modernizzare la gestione della guerra, contendendosi il controllo degli apparati di potere e dei giganteschi flussi di denaro pubblico destinati alla sicurezza globale.
Redazione

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *