Negli ultimi decenni assistiamo a una singolare metamorfosi culturale nelle alte sfere dell’establishment globale. Sotto l’insegna della sostenibilità, della transizione verde e della tutela della biodiversità, sembra aver preso forma una dottrina che travalica la scienza e la politica economica per sconfinare in un neopaganesimo sincretico. Un pantheon postmoderno dove convivono la Pachamama andina, il resuscitato culto di Gaia, le celebrazioni di Cibele, i richiami ad Ecate e alla Natura primordiale, rielaborati nelle stanze del World Economic Forum e nei cenacoli dell’alta finanza. Questa tendenza non esprime una semplice riscoperta del rispetto ambientale, ma piuttosto l’affermazione di un culto distorto del Femminile Sacro e della Madre Terra: un’ideologia che, dietro un’immagine rassicurante e pacifica, cela un’inquietante avversione verso l’essere umano.
Questa dinamica pare ricalcare l’immaginario distopico delle grandi narrazioni del Novecento, evocando la Maria cattiva e robotica del capolavoro Metropolis di Fritz Lang. Come quel simulacro meccanico venne impiegato dalle élite dominanti per irretire le masse lavoratrici e guidarle all’autodistruzione attraverso un falso messianismo, così oggi la figura della Dea Madre viene talvolta brandita per indirizzare il consenso, colpevolizzare la popolazione e legittimare la rinuncia ai diritti fondamentali e al benessere economico. La divinità femminile perde la sua valenza originaria di custodia e fecondità per tramutarsi in una forza castigatrice che esige sottomissione.
Nelle civiltà antiche, i culti ctonii volti a placare la natura rispondevano all’ansia primaria di garantire i cicli biologici e la sopravvivenza della comunità. Oggi, quei simboli ancestrali vengono decontestualizzati e convertiti in uno strumento di ingegneria sociale a uso e consumo delle élite tecnocratiche. Il richiamo alla Pachamama o a un’improbabile armonia originaria – emblematico il manifesto programmatico tracciato da Re Carlo III nel volume Harmony: A New Way of Looking at Our World – rischia di trasfigurare la tutela del creato in un dogma teocratico postmoderno. Il Femminile Sacro cessa di rappresentare l’accoglienza e la protezione della vita, riducendosi a un simulacro normativo utile a giustificare politiche di decrescita, razionamento energetico e restrizione dei consumi a danno dei ceti più deboli.
A caratterizzare questa religiosità d’élite si nota un profondo squilibrio antropologico: l’essere umano smette di essere il custode della terra per essere bollato come un parassita del pianeta. In questo solco si inserisce il riaffiorare delle teorie malthusiane, mai davvero tramontate e oggi riproposte con un linguaggio moderno e contabile. L’esistenza delle comunità viene misurata esclusivamente tramite l’impronta ecologica e la quantificazione delle emissioni di carbonio, trasformando la vita stessa in un debito inestinguibile verso la Terra. Se nell’antichità le ecatombi erano sacrifici rituali volti ad ingraziarsi le forces della natura, l’ecologismo radicale accetta con freddezza il depauperamento economico e il declassamento del ceto medio come pedaggi inevitabili. Il ridimensionamento dell’agricoltura tradizionale, la deindustrializzazione e la contrazione delle libertà individuali diventano i nuovi sacrifici necessari per placare l’ira del pianeta.
I vertici del WEF di Davos sembrano incarnare la sintesi tra questo spiritualismo ecologico e una strisciante eugenetica culturale. L’agenda globale per i prossimi decenni non punta a un equilibrato coordinamento tra uomo e ambiente, ma impone una precisa gerarchia ideologica in cui il diritto astratto della Natura prevale sul diritto dell’uomo alla prosperità. Attraverso i concetti di rigenerazione e transizione guidata dall’alto, le oligarchie assumono il ruolo di nuova classe sacerdotale, sola depositaria della verità necessaria a salvare il pianeta. In questa architettura, la tecnologia e la finanza rimangono saldamente concentrate nelle mani di pochi, mentre la vita quotidiana dell’uomo comune viene progressivamente limitata, tracciata e colpevolizzata.
Un’ecologia che prescinde dalla centralità e dalla dignità della persona scivola inesorabilmente verso un totalitarismo strisciante. Il culto strumentale di Gaia e della Madre Terra promosso dalle élite non cura le ferite dell’ecosistema, ma offre piuttosto una copertura morale e spirituale a inedite forme di controllo sociale ed economico. Per tutelare davvero la natura non serve immolare l’uomo sull’altare di un pantheon arcaico riattualizzato a Davos; appare invece indispensabile riaffermare un’ecologia razionale e umanista, capace di riconoscere nell’uomo non una piaga da debellare, ma il custode consapevole e responsabile del creato.
Redazione
