La presenza della vicepresidente di Taiwan, Hsiao Bi-khim, alla seconda Conferenza europea di Ventotene rappresenta molto più di una semplice partecipazione a un appuntamento politico internazionale. È un passaggio delicato sul piano diplomatico, destinato a inserirsi nel già difficile confronto tra Pechino e Taipei e, indirettamente, nei rapporti tra Cina ed Europa. Hsiao è arrivata in Italia insieme al ministro degli Esteri taiwanese Lin Chia-lung per partecipare alla conferenza svoltasi a Ventotene dal 10 al 12 settembre. La visita, rimasta riservata fino al suo arrivo, ha assunto un particolare valore politico anche per la rarità delle missioni europee di figure di così alto livello della leadership taiwanese.
La reazione di Pechino è stata immediata. Il governo cinese ha presentato formali proteste all’Italia e all’Unione europea, ribadendo la propria opposizione ai contatti ufficiali tra Taiwan e i Paesi che intrattengono relazioni diplomatiche con la Repubblica Popolare Cinese. La questione è particolarmente sensibile perché l’Italia non riconosce Taiwan come Stato sovrano e mantiene relazioni diplomatiche con Pechino nel quadro della politica dell’“unica Cina”. Anche l’assenza di incontri ufficiali con il governo italiano evidenzia la volontà di Roma di separare la conferenza dalla diplomazia istituzionale. Dal punto di vista di Pechino, tuttavia, questa distinzione ha un valore relativo: ogni aumento della visibilità internazionale dei vertici di Taipei può essere interpretato come un passo verso la normalizzazione di Taiwan quale soggetto politico autonomo. È proprio questa “diplomazia informale” a rappresentare uno dei terreni più sensibili del confronto.
La vicenda di Ventotene deve quindi essere inserita in un quadro molto più ampio. Le tensioni nello Stretto di Taiwan non riguardano più soltanto Pechino e Taipei, ma coinvolgono Stati Uniti, Giappone e, in misura crescente, anche l’Europa. La Cina considera Taiwan parte del proprio territorio e non ha escluso il ricorso alla forza per perseguire la riunificazione, mentre Taipei respinge le rivendicazioni di sovranità di Pechino e sostiene che il futuro dell’isola debba essere deciso dai suoi cittadini. Nel frattempo cresce la pressione militare e politica attorno all’isola e Taiwan sta rafforzando le proprie capacità difensive. In questo scenario, un conflitto nello Stretto avrebbe ripercussioni ben oltre Taiwan, anche per l’importanza strategica dell’area per il commercio e la sicurezza internazionale.
L’episodio di Ventotene aggiunge un ulteriore elemento di frizione in una situazione già molto tesa. Il rischio è che il progressivo aumento dei contatti internazionali di Taipei, la crescente pressione cinese e il rafforzamento del sostegno occidentale riducano sempre di più gli spazi di compromesso. A Ventotene, Hsiao ha inoltre rivendicato il diritto di Taiwan a costruire relazioni internazionali.
Per l’Italia e per l’Europa la questione richiede particolare cautela. Difendere la libertà di interlocuzione politica con Taiwan è una scelta legittima, ma occorre anche comprendere che ogni gesto sul dossier taiwanese viene osservato da Pechino attraverso una lente strategica. Il progressivo restringimento degli spazi di ambiguità e compromesso attorno a Taiwan. Se questa dinamica dovesse accelerare, accompagnata da nuove esercitazioni militari cinesi, maggiore sostegno occidentale a Taipei e crescente internazionalizzazione della questione, il rischio sarebbe quello di trasformare una lunga competizione politico-diplomatica in una crisi sempre più difficile da controllare. E nello Stretto di Taiwan, dove si incrociano potenze nucleari, rotte commerciali globali e una parte fondamentale dell’industria mondiale dei semiconduttori, anche un errore di calcolo potrebbe avere conseguenze molto più ampie dei confini dell’isola.
Giovanni Balducci
