Per molto tempo proteggere la natura ha significato soprattutto imporre limiti: creare parchi, vietare attività distruttive, difendere boschi, fiumi e specie animali. Oggi si sta affermando un modello diverso: trasformare la natura in qualcosa di misurabile, finanziabile e investibile. Gli studiosi parlano di “neoliberalizzazione della natura”, cioè dell’uso crescente di strumenti di mercato per gestire l’ambiente. Uno studio pubblicato sulla rivista scientifica peer-reviewed Ecological Economics analizza proprio i pagamenti per i servizi ambientali come forma di “neoliberal conservation”: una foresta che assorbe carbonio o protegge l’acqua può essere tradotta in crediti, contratti e investimenti.
Questa logica è ormai entrata apertamente anche nella grande finanza. Nel rapporto “Finance Solutions for Nature” il World Economic Forum definisce la natura una “strategic investment frontier”, cioè una nuova frontiera per banche, fondi e investitori. Il punto critico è evidente: la natura non viene più considerata soltanto qualcosa da proteggere, ma qualcosa capace di produrre rendimenti.
Lo stesso vale per i cosiddetti biodiversity offsets, meccanismi attraverso i quali il danno a un ecosistema può essere compensato proteggendo o ricreandone uno altrove. Uno studio pubblicato su ACME parla di “equivalent natures”, cioè ecosistemi trasformati in unità comparabili e scambiabili. Una ricerca su Biological Conservation avverte invece che queste compensazioni possono rendere economicamente accettabile la distruzione della biodiversità. Il rischio è semplice: ciò che prima rappresentava un limite ambientale può diventare un costo inserito nel progetto economico.
Anche le grandi organizzazioni ambientaliste sono ormai dentro questi circuiti. Uno studio pubblicato sulla rivista peer-reviewed Biodiversity and Conservation ha analizzato il caso del WWF, mostrando il passaggio verso una strategia di “influencing and leveraging finance”, cioè di mobilitazione di capitali pubblici e privati. Questo non implica necessariamente attività illegittime, ma dimostra comunque che la grande conservazione internazionale degli ecosistemi è ormai parte integrante della finanza.
Il caso più immediato riguarda l’acqua. Peter Brabeck-Letmathe, storico dirigente di Nestlé e figura molto presente nei circuiti del World Economic Forum, ha sostenuto che l’acqua debba avere un valore economico per limitarne sprechi e usi eccessivi. Sul sito del WEF ha scritto esplicitamente che “water needs a value”.
Ed è qui che il problema diventa politico. Quando acqua, foreste e biodiversità vengono tradotte in crediti, contratti e investimenti, aumenta anche il potere di chi controlla questi strumenti: banche, fondi, asset manager, grandi ONG e organismi internazionali. Le comunità locali rischiano invece di avere meno voce su risorse che riguardano direttamente la loro vita.
La questione non è quindi immaginare un piano segreto. Il processo è dichiarato apertamente: il World Economic Forum parla della natura come frontiera di investimento e la letteratura scientifica discute da anni i rischi della finanziarizzazione ambientale. La domanda decisiva è più semplice: quando la natura diventa un asset, chi finisce per controllarla?
Il paradosso è tutto qui: nel tentativo di proteggere la natura, rischiamo di trasformarla sempre più in un mercato.
Antonio Pezzuto
