Mosca, settembre 2026. L’FSB annuncia l’arresto di un cittadino russo che aveva lavorato nell’apparato di sicurezza dell’ambasciata britannica. Secondo i servizi russi, l’uomo avrebbe raccolto informazioni sugli spostamenti, le abitazioni, le automobili e i sistemi di protezione dei diplomatici britannici, trasmettendole a un intermediario ucraino.
Mosca va oltre e sostiene che quelle informazioni potessero servire per preparare azioni contro l’ambasciatore britannico Nigel Casey o altri diplomatici, da attribuire successivamente alla Russia per provocare una crisi internazionale.
Ma qui occorre separare con attenzione ciò che sappiamo da ciò che viene affermato. L’arresto è reale. Il presunto progetto di assassinare l’ambasciatore e attribuire l’attacco a Mosca resta invece, allo stato attuale delle informazioni pubbliche, una ricostruzione dell’FSB e non un fatto dimostrato da prove indipendenti.
La vicenda, comunque la si giudichi, riporta alla luce qualcosa di molto più antico della guerra in Ucraina e persino dell’Unione Sovietica: la lunghissima guerra segreta tra Russia e Gran Bretagna, combattuta attraverso infiltrazioni, doppi agenti, propaganda, sabotaggi, colpi di Stato e operazioni clandestine.
Una storia che comincia quasi due secoli fa. Nell’Ottocento Londra guardava con crescente preoccupazione all’espansione dell’Impero russo in Asia centrale. Dietro l’Afghanistan si trovava l’India britannica, il cuore dell’impero di Londra. Nacque così quello che sarebbe diventato famoso come il Grande Gioco, termine attribuito all’ufficiale dell’esercito britannico Arthur Conolly, che lo utilizzò per primo nel 1829, ma reso celebre dal suo utilizzo nel romanzo Kim (1901) di Rudyard Kipling. Mentre da parte russa si è utilizzato il nome più inquietante e allusivo di Torneo delle Ombre.
Ufficiali, esploratori e agenti delle due potenze attraversavano Afghanistan, Persia e Asia centrale, disegnavano mappe, studiavano passi montani, cercavano alleati locali e tentavano di anticipare le mosse dell’avversario. Ma, dietro l’immagine romantica delle spie a cavallo c’era già la logica della moderna guerra ibrida: conquistare influenza, penetrare l’avversario e indebolirlo senza necessariamente arrivare allo scontro militare diretto.
La rivoluzione russa del 1917 cambiò tutto. Londra non aveva più davanti soltanto un impero concorrente, ma uno Stato rivoluzionario che proclamava apertamente di voler cambiare l’ordine politico mondiale.
Gli inglesi reagirono quasi immediatamente. Nel 1918 il diplomatico Robert Bruce Lockhart e il celebre agente Sidney Reilly furono coinvolti in attività clandestine contro il nuovo regime bolscevico. Sull’esistenza di un vero piano britannico per assassinare Lenin le ricostruzioni storiche rimangono controverse, ma il tentativo di sostenere forze capaci di rovesciare o destabilizzare il governo bolscevico è molto meglio documentato. La guerra tra intelligence britannica e sovietica era già cominciata.
Pochi anni dopo arrivò un episodio che sembra appartenere più all’era dei social network che agli anni Venti. Nel 1924 apparve la famosa lettera Zinoviev, un documento attribuito al dirigente comunista Grigorij Zinoviev che sembrava dimostrare come Mosca stesse ordinando ai comunisti britannici di intensificare l’attività rivoluzionaria nel Regno Unito.
Pubblicata poco prima delle elezioni, ebbe un enorme impatto politico. Successivamente emerse che quasi certamente si trattava di una falsificazione. L’autore non è mai stato identificato con certezza, né è stato dimostrato un complotto ordinato dai vertici dei servizi britannici, ma la vicenda mostra quanto presto intelligence, propaganda, falsi documenti e politica interna fossero diventati parte della stessa battaglia. La guerra dell’informazione non è nata con internet. E soprattutto non è mai appartenuta a una sola parte.
Negli anni Trenta fu Mosca a ottenere uno dei più clamorosi successi nella storia dello spionaggio. Kim Philby, Guy Burgess, Donald Maclean, Anthony Blunt e John Cairncross, i celebri Cambridge Five, penetrarono profondamente nell’establishment britannico. Alcuni raggiunsero posizioni che consentivano loro di accedere a informazioni diplomatiche e d’intelligence di altissimo livello.
Il paradosso era enorme: durante la Seconda guerra mondiale Gran Bretagna e Unione Sovietica combattevano insieme contro Hitler, mentre Stalin continuava contemporaneamente a spiare il proprio alleato dall’interno. Ma la Guerra fredda dimostrò presto che Londra non aveva alcuna intenzione di limitarsi alla difesa.
Alla fine degli anni Quaranta MI6 e CIA organizzarono operazioni clandestine contro l’Albania comunista di Enver Hoxha. Emigrati albanesi furono reclutati, addestrati alla guerriglia e infiltrati nel Paese per costruire reti di resistenza e destabilizzare il regime. Molti vennero catturati. Alcuni furono imprigionati o uccisi.
Per decenni il fallimento fu attribuito soprattutto al tradimento di Kim Philby, che passava informazioni a Mosca. Studi successivi hanno ridimensionato alcune di queste ricostruzioni, ma rimane un fatto essenziale: servizi occidentali mandarono deliberatamente uomini armati oltre la Cortina di ferro per svolgere attività sovversive, sapendo che, se scoperti, avrebbero rischiato la prigione o la morte.
Operazioni simili interessarono anche i Paesi baltici. Anche lì diversi agenti furono individuati dai sovietici, catturati o trasformati in doppi agenti. Negli stessi anni britannici e americani costruirono a Berlino un enorme tunnel per intercettare le comunicazioni sovietiche. Il problema era che Mosca conosceva praticamente dall’inizio l’esistenza dell’operazione grazie a George Blake, ufficiale dell’MI6 che lavorava segretamente per l’Unione Sovietica. Era la Guerra fredda nella sua forma più pura.
Ma anche Londra riuscì a penetrare profondamente nell’apparato sovietico. Il colonnello del GRU Oleg Penkovsky consegnò a britannici e americani enormi quantità di informazioni militari prima di essere scoperto, processato e giustiziato dall’URSS.
Nel 1971 il Regno Unito rispose alla massiccia presenza dell’intelligence sovietica con Operation FOOT, espellendo oltre cento funzionari sovietici. Poi arrivò un altro colpo straordinario: Oleg Gordievsky, alto ufficiale del KGB, lavorava segretamente per gli inglesi.
Era quasi il contrario perfetto di Philby: Mosca aveva avuto il suo uomo dentro l’MI6; Londra aveva il suo uomo dentro il KGB.
Ma lo scontro clandestino non rimase confinato all’Europa. Nel 1953 Gran Bretagna e Stati Uniti parteciparono all’operazione che portò alla caduta del primo ministro iraniano Mohammad Mossadegh, dopo la nazionalizzazione dell’industria petrolifera che aveva colpito direttamente gli interessi britannici. Il coinvolgimento occidentale nel colpo di Stato è oggi ampiamente documentato.
Tre anni più tardi, durante la crisi di Suez, Londra era determinata a rovesciare politicamente il presidente egiziano Gamal Abdel Nasser. Ex funzionari britannici avrebbero successivamente parlato anche di discussioni e piani riguardanti la sua possibile eliminazione fisica. Ma, bisogna essere precisi: l’esistenza di progetti o discussioni, persino di vittime, sia da parte russa che britannica, non equivale alla prova che un attentato sia stato effettivamente autorizzato e posto in atto da un governo. Dimostra però quanto lontano potesse spingersi la pianificazione clandestina nei momenti più duri della Guerra fredda. Anche Londra utilizzava intensamente la propaganda. Il governo britannico costruì apparati specializzati nella produzione di materiale anticomunista e, in alcune operazioni, messaggi e documenti venivano fatti apparire come provenienti da fonti differenti da quelle reali. Entrambi accusavano l’altro di manipolare l’opinione pubblica mentre cercavano, contemporaneamente, di manipolarla.
La caduta dell’Unione Sovietica non pose fine a questo secolare gioco di spie e di accuse reproche. Nel 2006 l’ex ufficiale dell’FSB Alexander Litvinenko morì a Londra dopo essere stato avvelenato con polonio-210. Una successiva inchiesta pubblica britannica concluse che l’avvelenamento era stato deliberato e ritenne probabile che l’operazione fosse stata approvata ai più alti livelli dello Stato russo.
Nel 2018 fu la volta dell’ex ufficiale russo Sergei Skripal e di sua figlia Yulia, avvelenati a Salisbury con l’agente nervino Novichok. Sopravvissero, ma Dawn Sturgess, una cittadina britannica estranea alla vicenda, morì dopo essere entrata accidentalmente in contatto con il veleno abbandonato dagli attentatori. Londra attribuì l’operazione a ufficiali del GRU, il servizio d’intelligence militare russo.
L’invasione russa dell’Ucraina nel 2022 ha riportato la rivalità anglo-russa a livelli che ricordano sempre più la Guerra fredda. La Gran Bretagna è diventata uno dei principali sostenitori militari e d’intelligence di Kyiv, mentre Mosca considera a ragione Londra uno degli avversari occidentali più aggressivi.
Da allora si sono moltiplicate espulsioni diplomatiche, accuse di spionaggio, cyberattacchi, sospetti sabotaggi, incendi, operazioni attraverso intermediari e campagne di disinformazione.
Ed è cambiata anche la figura stessa della spia. Non serve più necessariamente un funzionario d’ambasciata con passaporto diplomatico. Può essere un hacker, un contractor, un cittadino reclutato online, qualcuno disposto a fotografare un impianto industriale, seguire un diplomatico, raccogliere targhe o incendiare un deposito.
È in questo contesto che va letto il nuovo caso dell’ambasciata britannica a Mosca. La storia dimostra con chiarezza che la Gran Bretagna non è stata soltanto vittima dello spionaggio russo. I suoi servizi hanno partecipato a tentativi di destabilizzazione, infiltrato agenti oltre la Cortina di ferro, contribuito a colpi di Stato e condotto operazioni di propaganda clandestina. Allo stesso modo, l’Unione Sovietica e poi la Federazione Russia hanno penetrato profondamente gli apparati britannici, reclutato agenti e condotto operazioni clandestine, alcune delle quali sono state associate da indagini pubbliche britanniche anche ad azioni letali sul territorio del Regno Unito.
Ed è per questo che anche il presunto complotto contro Nigel Casey deve essere trattato con prudenza. Potrebbero emergere nuove prove. Oppure parti della storia potrebbero rivelarsi esagerate o costruite dalle fonti russe. Oppure ci potrebbe essere un diretto coinvolgimento della stessa intelligence britannica. La prudenza e l’abilità degli agenti in campo consiglia di non fidarsi automaticamente di nessuno.
Nell’Ottocento russi e britannici attraversavano deserti e montagne con bussole e mappe. Nel Novecento costruivano tunnel, reclutavano doppi agenti, organizzavano infiltrazioni clandestine e contribuivano alla caduta di governi. Nel XXI secolo utilizzano cyberattacchi, droni, malware, intermediari, social network e operazioni psicologiche. Sono cambiati gli strumenti. La logica è rimasta la stessa: scoprire ciò che l’avversario nasconde, penetrare ciò che protegge, manipolarne le percezioni e colpire senza oltrepassare apertamente la linea che trasformerebbe la guerra delle spie in una guerra dichiarata.
Giovanni Balducci
