Nel settembre 2026, osservare Russia e Israele dalle principali capitali occidentali restituisce un’immagine singolare. Londra è ormai uno dei principali avversari europei di Mosca e, contemporaneamente, attraversa una delle crisi più dure degli ultimi decenni con Gerusalemme; Berlino considera la Russia una minaccia alla sicurezza europea, ma soltanto quindici mesi fa il cancelliere Friedrich Merz definiva gli attacchi israeliani contro l’Iran «il lavoro sporco che Israele sta facendo per tutti noi»; a Bruxelles, infine, Russia e Israele sono entrambi oggetto di forti pressioni politiche, ma appartengono a due categorie strategiche completamente diverse. Mosca è la potenza contro cui l’Europa si sta riarmando; Israele resta parte del sistema occidentale, ma è diventato uno dei suoi partner più difficili da gestire.
È da questa apparente contraddizione, più che dalla relazione personale tra Vladimir Putin e Benjamin Netanyahu, che bisogna partire per comprendere oggi il rapporto russo-israeliano. Mosca e Gerusalemme sono entrambe più distanti dall’Europa rispetto a dieci anni fa, ma questo non significa che si stiano avvicinando tra loro. La Russia cerca di modificare l’ordine di sicurezza occidentale emerso dopo la Guerra fredda; Israele, al contrario, continua a dipendere strategicamente dagli Stati Uniti e a mantenere rapporti strutturali con Germania e altre potenze occidentali, pur entrando sempre più spesso in collisione con esse sulla questione palestinese, sulla Cisgiordania e sull’uso della forza.
Il caso britannico è emblematico. Per Mosca, Londra è uno degli avversari occidentali più netti: il Regno Unito sostiene politicamente e militarmente Kiev e partecipa al sistema sanzionatorio contro la Russia. Con Israele, invece, Londra mantiene una relazione strutturalmente e storicamente molto più stretta, ma nel settembre 2026 il rapporto ha raggiunto uno dei momenti di maggiore tensione degli ultimi decenni. Il governo britannico ha adottato misure contro il commercio collegato agli insediamenti israeliani in Cisgiordania; Israele ha reagito ordinando la chiusura del consolato britannico a Gerusalemme Est entro trenta giorni e riducendo alcune forme di cooperazione con Londra. La crisi è quindi seria, ma qualitativamente diversa dallo scontro strategico russo-britannico.
Berlino rappresenta forse il caso più significativo. Germania e Russia sono passate dalla profonda interdipendenza economica precedente alla guerra ucraina a un rapporto di antagonismo strategico; Germania e Israele, invece, possono attraversare crisi diplomatiche anche profonde senza che venga meno il fondamento storico e strategico della relazione. La responsabilità tedesca per la Shoah continua a costituire uno dei pilastri della politica della Repubblica Federale verso Israele. Berlino sostiene formalmente la soluzione dei due Stati in Palestina. Tuttavia una posizione di vicinanza più netta con le politiche israeliane è emersa con eccezionale chiarezza durante la guerra tra Israele e Iran del giugno 2025. Il 17 giugno, durante il G7 di Kananaskis in Canada, il cancelliere tedesco Friedrich Merz, parlando alla ZDF degli attacchi israeliani contro l’Iran, utilizzò una formula destinata a suscitare forti reazioni: «Das ist die Drecksarbeit, die Israel macht für uns alle», letteralmente: «È il lavoro sporco che Israele sta facendo per tutti noi». Merz aggiunse di avere il «massimo rispetto» per il fatto che l’esercito e il governo israeliani avessero avuto il coraggio di agire e sottolineò che anche la Germania era minacciata dal regime iraniano.
Merz attribuiva dunque all’azione militare israeliana una funzione che oltrepassava la sicurezza dello Stato ebraico: nella lettura del cancelliere, Israele stava affrontando militarmente una minaccia dalla cui neutralizzazione beneficiava indirettamente anche l’Europa. Qui emerge una differenza fondamentale rispetto alla Russia, dacché Mosca, invece, viene ormai considerata una minaccia alla stessa architettura di sicurezza europea. È ssoprattutto ciò che sta succedendo negli ultimi giorni tra Mosca e Berlino a offrire l’immagine più nitida della trasformazione dei rapporti fra Russia e Germania. Il passaggio è radicale: dalla profonda interdipendenza economica ed energetica che aveva caratterizzato i rapporti russo-tedeschi prima del 2022 si è arrivati a una situazione nella quale il governo federale accusa Mosca di avere portato direttamente sul territorio tedesco quella “guerra ibrida” che per anni era rimasta soprattutto una categoria utilizzata per descrivere sabotaggi, cyberattacchi, disinformazione e operazioni clandestine attribuite alla Russia in Europa. Al centro dell’ultima escalation c’è il tentato attacco del 4 agosto all’aeroporto di Lipsia/Halle, importante hub logistico utilizzato anche per il sostegno all’Ucraina, dove è stato rinvenuto un drone carico di esplosivo. Il 1° settembre il governo tedesco ha attribuito ufficialmente la responsabilità dell’operazione alla Russia. Il ministro dell’Interno Alexander Dobrindt ha sostenuto che, considerate insieme, le indagini di polizia, le modalità operative e le informazioni dell’intelligence indicano una responsabilità russa e che le persone coinvolte avrebbero agito per conto di apparati statali di Mosca. Mentre la Russia ha respinto categoricamente questa ricostruzione, definendola infondata e accusando Berlino di avere provocato un’escalation senza precedenti nelle relazioni bilaterali. Il 9 settembre è stato poi lo stesso cancelliere Friedrich Merz ad alzare ulteriormente il livello dello scontro. Davanti al Bundestag ha affermato che l’operazione sarebbe stata «pianificata in Russia per mesi» e diretta specificamente contro la Germania, aggiungendo che soltanto «per puro caso» sarebbero stati evitati gravi danni materiali e vittime. Un’accusa politicamente molto pesante: Berlino non sta più descrivendo Mosca soltanto come la potenza che minaccia l’ordine europeo attraverso la guerra in Ucraina, ma come uno Stato accusato di aver preparato un’operazione ostile direttamente sul territorio della Repubblica Federale. E questa situazione ha già prodotto conseguenze diplomatiche concrete. Berlino ha disposto la chiusura del consolato russo a Bonn e del centro culturale russo Casa Russia nella capitale; Mosca ha risposto ordinando la chiusura del consolato generale tedesco di San Pietroburgo e dei centri del Goethe-Institut in Russia. Il ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov ha poi utilizzato una formula molto dura, sostenendo che le accuse tedesche rappresentino, nella sostanza, «l’inizio di una vera guerra», e ha accusato Merz di voler trasformare nuovamente la Germania nella principale potenza militare europea.
Anche New York, intesa soprattutto come sede delle Nazioni Unite, rappresenta un teatro fondamentale. Russia e Israele attribuiscono all’ONU significati profondamente diversi. Mosca presenta al Consiglio di Sicurezza la questione palestinese anche per contestare l’egemonia diplomatica statunitense e presentarsi come sostenitrice di un ordine internazionale non dominato dall’Occidente. Israele considera invece frequentemente l’arena delle Nazioni Unite un ambiente diplomaticamente sfavorevole, soprattutto quando la questione palestinese produce convergenze tra Russia, Paesi arabi e una parte degli Stati europei.
Questo quadro permette di comprendere perché Russia e Israele, pur trovandosi su fronti strategici differenti, continuino ad avere interesse a mantenere aperto un rapporto diretto. Mosca sa che Israele non è semplicemente una proiezione degli Stati Uniti: possiede capacità militari autonome, influenza gli equilibri del Medio Oriente e può modificare direttamente i rapporti di forza con Iran, Siria e Hezbollah. Israele, allo stesso modo, non può considerare la Russia soltanto attraverso il prisma dell’Ucraina. Mosca rimane una potenza nucleare, membro permanente del Consiglio di Sicurezza, partner dell’Iran e attore ancora interessato alla Siria e al Mediterraneo orientale.
È qui che entra in gioco il vero nodo del rapporto bilaterale: l’Iran. L’avvicinamento tra Mosca e Teheran seguito alla guerra in Ucraina ha progressivamente eroso uno dei presupposti del precedente equilibrio russo-israeliano. Per la Russia l’Iran è diventato un partner importante nella competizione con gli Stati Uniti e l’Occidente; per Israele rimane invece il principale avversario strategico regionale. Tuttavia, anche la partnership russo-iraniana possiede limiti precisi. Mosca, soprattutto a partire dalla guerra che la tiene impegnata in Ucraina, non ha interesse a compromettere completamente la propria politica mediorientale per gli obiettivi di Teheran, perché ciò significherebbe perdere la capacità di dialogare con Israele, USA, le monarchie arabe e altri attori regionali.
Questa ambivalenza era già evidente in Siria dopo l’intervento russo del 2015. Mosca intervenne per salvare Bashar al-Assad e cooperò sul terreno con Iran e forze filo-iraniane; Israele, contemporaneamente, colpiva infrastrutture e trasferimenti di armamenti iraniani sul territorio siriano. Russia e Israele crearono quindi meccanismi di coordinamento militare per evitare uno scontro diretto. La situazione era semplice: Mosca proteggeva la sopravvivenza dello Stato siriano alleato; Israele cercava di impedire che la Siria diventasse una piattaforma militare iraniana contro il proprio territorio. Russia e Iran erano partner, ma Mosca non aveva necessariamente interesse a una completa egemonia iraniana sulla Siria.
La caduta di Assad nel dicembre 2024 ha distrutto parte di questa architettura, senza eliminare gli interessi russi nella regione. Mosca ha dovuto adattarsi alla nuova leadership siriana, mentre Israele ha visto indebolirsi uno degli assi fondamentali attraverso i quali Teheran proiettava la propria influenza verso il Mediterraneo e Hezbollah. La successiva escalation diretta tra Israele e Iran ha ulteriormente chiarito i limiti del rapporto Mosca-Teheran: la Russia può sostenere politicamente e strategicamente l’Iran senza essere necessariamente disposta a combattere una guerra contro Israele per difenderlo direttamente. Lo fa attraverso cooperazione militare e tecnologica, forniture di armamenti, intelligence e copertura diplomatica, ma senza una clausola di mutua difesa che la obblighi a intervenire. La Russia ha peraltro interesse a mantenere un Iran sufficientemente forte da contenere l’influenza israeliana e americana nella regione, ma non a combattere direttamente Israele. Sostiene quindi la capacità iraniana di resistere, mantenendo al tempo stesso aperto il canale con Gerusalemme.
Si arriva così al paradosso centrale del 2026. Mosca e Gerusalemme sono entrambe più problematiche per l’Europa di quanto fossero dieci anni fa, ma non per questo sono più vicine tra loro. La Russia è in conflitto con l’architettura strategica occidentale; Israele continua a farne parte, pur entrando sempre più frequentemente in conflitto con singoli governi europei sulle modalità con cui esercita la propria potenza. La dichiarazione di Merz sul «lavoro sporco» rende questa differenza particolarmente evidente: l’Europa può contestare Israele su Gaza e Cisgiordania e, nello stesso tempo, considerare alcune operazioni israeliane contro l’Iran funzionali anche alla propria sicurezza.
Il rapporto Russia-Israele non nasce quindi da una comune opposizione all’Occidente. Nasce dalla necessità reciproca di mantenere aperto un canale tra due sistemi geopolitici differenti. Israele rimane legato agli Stati Uniti e all’Occidente, ma deve confrontarsi con una Russia che conserva strumenti di influenza sull’Iran, sulla Siria e sul sistema internazionale. Mosca è in conflitto con l’Occidente ed è più vicina a Teheran, ma non vuole rinunciare al rapporto con una delle maggiori potenze militari e tecnologiche del Medio Oriente.
Per questo il rapporto tra Putin e Netanyahu è importante, ma non sufficiente a spiegare la relazione. Dietro i rapporti personali esiste una struttura molto più profonda. Russia e Israele non sono alleati, non appartengono allo stesso blocco e su numerosi dossier sostengono interessi opposti; tuttavia nessuno dei due trae un vantaggio strategico dalla trasformazione dell’altro in un nemico diretto. Israele è così inserito nell’Occidente da essere indispensabile a Washington e strategicamente rilevante per Berlino, ma abbastanza autonomo da continuare a parlare con Mosca; la Russia è abbastanza vicina all’Iran da rappresentare un problema crescente per Gerusalemme, ma non così allineata agli interessi di Teheran da voler trasformare Israele in un avversario diretto.
È questa combinazione di rivalità, necessità e pragmatismo, osservabile contemporaneamente a Mosca, Gerusalemme, Berlino, Londra, Bruxelles e nei corridoi delle Nazioni Unite a New York, a definire il rapporto russo-israeliano nel 2026. Non un’alleanza e neppure una rivalità dichiarata, ma il tentativo di due potenze collocate su versanti differenti dell’ordine internazionale di impedire che interessi sempre più divergenti le trasformino definitivamente in nemici dichiarati.
Giovanni Balducci
