C’è un modo superficiale di criticare The Economist: immaginarlo come il bollettino segreto di una cabala che decide in una stanza chi debba governare il pianeta. Non servono fantasie del genere, perché la realtà documentabile è già abbastanza significativa. The Economist è una pubblicazione privata che non si limita a descrivere il mondo, ma rivendica da sempre una precisa missione politica e culturale: difendere un certo modello di società, indicare quali politiche rappresentino il progresso, quali governi siano desiderabili, quali candidati meritino fiducia e, in alcuni momenti decisivi della storia recente, perfino quando una guerra possa essere considerata necessaria. La stessa casa editrice presenta il giornale come “difensore storico dei mercati liberi, delle società aperte e delle libertà individuali”; contemporaneamente, il gruppo vende a imprese, istituzioni finanziarie e organismi pubblici servizi costruiti attorno a concetti come “insight”, “influence” e “impact”. Non siamo quindi davanti a un soggetto che concepisce l’informazione come attività puramente argomentativa: siamo davanti a un’istituzione che vuole contribuire a formare la classe dirigente, orientare il dibattito pubblico e incidere sugli esiti delle decisioni. È in questo senso che The Economist può essere descritto come un giornale che tende a comportarsi da arbitro del mondo.
L’ingerenza di cui si può parlare è editoriale, culturale e politica: un soggetto privato britannico interviene apertamente nelle competizioni democratiche di altri Stati, suggerendo chi dovrebbe governarli, chi non dovrebbe farlo e, in alcuni casi, quali pressioni altri governi dovrebbero esercitare. Allo stesso modo, ci sarebbe da parlare delle campagne editoriali di delegittimazione, talvolta durissime, costruite intorno a formule come “inadatto a governare”, “fallimento totale”, “minaccia alla democrazia” o “rischio inaccettabile” e dirette contro esponenti politici ritenuti inadatti o compromettenti il progetto di “società aperta” e “libero mercato”. Alcune di queste critiche possono essere fondate; il punto non è negarlo, ma osservare chi si attribuisce il diritto di pronunciare simili sentenze e da quale posizione economica e sociale di preminenza lo fa. Sul piano proprietario, il giornale è stato da sempre legato alla famiglia Rothschild, ma nel 2026 Stephen Smith e la sua holding familiare Smith Financial hanno acquistato la partecipazione del 26,95% che faceva capo ai Rothschild e alla ERANDA Rothschild Foundation. Il maggiore azionista resta Exor, la holding della famiglia Agnelli-Elkann, con il 43,4% del capitale sociale emesso. A sua volta Exor è dominata da Giovanni Agnelli B.V., cassaforte familiare posseduta dai discendenti del fondatore della Fiat e costruita precisamente per preservare unità e continuità del controllo dinastico. Alla fine del 2025 Giovanni Agnelli B.V. disponeva del 54,94% dei diritti economici di Exor ma dell’83,97% dei diritti di voto, grazie al meccanismo delle azioni a voto speciale. Dietro il maggiore azionista di uno dei settimanali politici più influenti del mondo troviamo dunque una delle più longeve concentrazioni familiari di capitale industriale e finanziario d’Europa.
Sarebbe però scorretto trasformare questo fatto nella formula semplicistica “gli Agnelli controllano ciò che scrive The Economist”. La struttura societaria contiene barriere reali: nessun singolo azionista può esercitare oltre il 20% dei voti, nessuno può ottenere una maggioranza assoluta dei diritti economici e alcuni Trustees indipendenti devono approvare la nomina del direttore, del presidente del gruppo e determinati trasferimenti delle azioni speciali. Sono meccanismi seri, esplicitamente pensati per difendere l’indipendenza editoriale. Tuttavia proprietà e giornale non vivono in universi impermeabili. Grandi azionisti siedono nel consiglio di amministrazione, Exor dispone di rappresentanti nel board e Stephen Smith vi è entrato dopo l’acquisto della quota Rothschild. Il rapporto annuale del gruppo spiega inoltre che dirigenti e amministratori intrattengono rapporti regolari con gli azionisti e li aggiornano anche sulle iniziative editoriali, offrendo loro la possibilità di porre domande e formulare osservazioni. Questo non dimostra che John Elkann o Stephen Smith ordinino articoli alla redazione, ma dimostra che i grandi proprietari dispongono inevitabilmente di un alto grado di accesso ai vertici.
L’intreccio con il grande capitale emerge anche dalla figura del presidente del The Economist Group, Lord Paul Deighton, che è contemporaneamente presidente di Goldman Sachs International e Goldman Sachs International Bank. Il punto non è insinuare che Goldman Sachs telefoni alla redazione per dettare articoli. Il punto è osservare la vicinanza sociale e istituzionale tra chi pretende di giudicare i sistemi finanziari mondiali e gli stessi ambienti che ne costituiscono il vertice. The Economist osserva l’establishment da una posizione che è essa stessa profondamente interna all’establishment: il maggiore azionista appartiene a una dinastia industriale e finanziaria europea, il secondo grande azionista proviene dalla finanza canadese, il presidente del gruppo guida contemporaneamente un pilastro della finanza globale. Il problema più interessante, quindi, non è necessariamente la corruzione diretta, ma quella che si potrebbe chiamare prossimità di classe: condivisione di reti, linguaggi, priorità, visioni economiche e criteri su ciò che viene considerato responsabile o irresponsabile.
Il nuovo grande azionista Stephen Smith rende questa sovrapposizione ancora più evidente. Smith è cofondatore di First National Financial, attivo nel settore finanziario canadese, cofondatore e presidente di Peloton Capital Management e presidente di Glass Lewis, uno dei maggiori proxy adviser globali. Glass Lewis produce analisi e raccomandazioni che aiutano enormi investitori istituzionali a decidere come votare nelle assemblee delle società quotate. È un tipo di potere meno visibile di quello politico, ma tutt’altro che marginale: significa partecipare all’infrastruttura privata attraverso cui il capitale globale esercita influenza sulla governance delle imprese. Glass Lewis riconosce apertamente il rischio di conflitti derivante dalla propria struttura proprietaria e dichiara di applicare barriere per impedire ai proprietari di interferire con le raccomandazioni. Anche qui, dunque, non si può dimostrare un’ingerenza concreta di Smith nella linea editoriale del giornale, ma resta il dato strutturale: uno dei maggiori proprietari di The Economist è contemporaneamente un protagonista dell’architettura finanziaria internazionale attraverso cui gli investitori influenzano la vita delle grandi società.
Ancora più interessante è il fatto che il The Economist Group venda apertamente prodotti costruiti attorno al concetto di influenza. La divisione oggi chiamata Economist Enterprise serve migliaia di clienti tra imprese, banche, organismi pubblici e istituzioni finanziarie e propone intelligence geopolitica ed economica, eventi, pubblicità, programmi di thought leadership e strumenti pensati per aiutare i clienti a costruire reputazione, influenza e impatto. In altre parole, accanto al giornale che giudica governi, aziende e sistemi economici esiste un’impresa che monetizza il prestigio del marchio offrendo a soggetti potenti piattaforme e servizi attraverso cui raggiungere dirigenti, decisori e pubblici selezionati. Formalmente le attività sono separate dalla redazione; reputazionalmente, però, appartengono allo stesso ecosistema e beneficiano dello stesso capitale. Il caso Big Tobacco ha mostrato quanto questa vicinanza possa diventare problematica.
Nel 2024 Economist Impact, divisione commerciale distinta dalla redazione del settimanale, intratteneva rapporti remunerati con Philip Morris International, Japan Tobacco International e British American Tobacco. Tali rapporti comprendevano sponsorizzazioni, eventi e contenuti commerciali. La contraddizione esplose quando Economist Impact dovette cancellare una conferenza internazionale sul cancro a Bruxelles dopo che esperti sanitari e organizzazioni del settore vennero a conoscenza dei rapporti con l’industria del tabacco. La Union for International Cancer Control si ritirò richiamando la propria politica di non collaborazione con le aziende del tabacco. Furono inoltre documentati contenuti sponsorizzati nei quali Philip Morris veniva presentata favorevolmente per la sua trasformazione verso prodotti senza combustione e interventi nei quali esponenti dell’industria sostenevano le proprie posizioni regolatorie. Dopo le polemiche, il gruppo annunciò che non avrebbe accettato nuovi lavori o sponsorizzazioni dal settore del tabacco. Ma la vicenda mostra qualcosa di importante: un gruppo che fonda la propria autorevolezza sulla reputazione di indipendenza aveva contemporaneamente una divisione commerciale che prendeva denaro da multinazionali del tabacco mentre organizzava eventi sulla salute e sul cancro.
Il carattere di arbitro internazionale emerge ancora più chiaramente quando si osserva il comportamento del giornale nelle elezioni straniere. In Italia, nel 2001, The Economist mise Silvio Berlusconi in copertina dichiarandolo “unfit to lead Italy”, inadatto a guidare il paese. La critica era fondata su conflitti d’interesse e vicende giudiziarie reali, e Berlusconi perse successivamente una causa per diffamazione contro il giornale. Ma il dato politico rimane: un settimanale britannico interveniva direttamente nella campagna elettorale italiana dichiarando che uno dei principali candidati non fosse idoneo a governare. Nel 2006 il giudizio negativo sarebbe stato ribadito. Non si trattava quindi di una semplice cronaca estera, ma dell’assunzione esplicita di un ruolo di certificatore internazionale della classe dirigente di un altro paese.
In Turchia questa attitudine divenne ancora più evidente. Nel 2011 The Economist invitò apertamente gli elettori turchi a preferire il CHP di Kemal Kılıçdaroğlu all’AKP di Recep Tayyip Erdoğan, provocando una reazione durissima del governo. Il messaggio era semplice: il giornale non si limitava a descrivere i contendenti, ma diceva agli elettori di un altro Stato quale opposizione dovessero votare. Nel 2023 tornò a schierarsi contro Erdoğan e a favore di Kılıçdaroğlu. Si può condividere ogni critica rivolta al presidente turco e continuare a riconoscere il dato di fondo: una pubblicazione privata straniera interviene sistematicamente nella scelta politica di altri popoli, rivendicando implicitamente una posizione di superiorità analitica e morale.
Un caso particolarmente rivelatore è quello nigeriano. Nel 2015 The Economist giudicò Goodluck Jonathan un fallimento e, pur ricordando il passato autoritario dell’ex generale Muhammadu Buhari, concluse che avrebbe votato proprio per Buhari, definendolo sostanzialmente “il meno peggio”. Qui il paternalismo implicito appare con particolare chiarezza: una rivista pubblicata a Londra attribuisce voti morali ai candidati di una delle più grandi democrazie africane e comunica agli elettori di scegliere un dittatore. Il problema, lo ribadiamo, non è che un giornale abbia opinioni; il problema è la naturalezza con cui una voce dell’élite occidentale assume il ruolo di commissione elettorale morale globale.
Con Narendra Modi il comportamento del giornale mostrò invece quanto la severità morale e l’interesse economico possano convivere in modo flessibile. Nel 2014 The Economist rifiutò di sostenere Modi richiamando il suo passato e le tensioni religiose legate alla sua figura. Dopo la vittoria, però, il tono si fece più pragmatico e il nuovo governo venne rappresentato come una grande opportunità per la crescita e le riforme economiche dell’India, pur mantenendo riserve sul nazionalismo hindu. Il caso è interessante perché mostra che la bussola morale e quella economica non sempre indicano la stessa direzione e che un leader considerato problematico può diventare rapidamente un interlocutore promettente se incarna un’agenda economica considerata favorevole ai mercati.
In Brasile il giornale andò oltre il semplice endorsement. Nel 2022 presentò Jair Bolsonaro come una minaccia alla democrazia e mise in guardia contro il rischio che potesse contestare l’esito elettorale. Queste preoccupazioni poggiavano su elementi concreti, dato che Bolsonaro aveva ripetutamente attaccato senza prove il sistema elettorale. Ma The Economist sostenne anche che altri Stati dovessero schierarsi pubblicamente a difesa della democrazia brasiliana e far sapere privatamente ai militari che un eventuale golpe avrebbe trasformato il paese in un paria. Qui siamo di fronte a qualcosa di più di un’opinione sul presidente brasiliano: una pubblicazione privata invitava governi stranieri a esercitare pressione sugli attori istituzionali di uno Stato sovrano durante un processo elettorale. La finalità dichiarata era difendere la democrazia, ma resta un esempio molto chiaro di interventismo politico internazionale.
Negli Stati Uniti, nel 2024, The Economist appoggiò Kamala Harris contro Donald Trump, presentando Trump come un rischio inaccettabile per gli Stati Uniti e per il mondo. Gli endorsement nella stampa americana sono comuni, ma l’episodio diventa più significativo se inserito nella lunga sequenza di prese di posizione in Italia, Turchia, Nigeria, India, Brasile e altrove. Il modello è quello di una pubblicazione che non si concepisce affatto come un semplice giornale britannico, ma come una voce politica sovranazionale autorizzata a pronunciarsi sulla qualità dei governi e dei candidati in ogni parte del mondo. Non controlla le elezioni, ma pretende con grande regolarità di distribuire pagelle.
Il caso più grave riguarda però la guerra in Iraq. The Economist sostenne l’invasione del 2003 e già nel 2002 il direttore Bill Emmott difendeva pubblicamente l’uso della forza contro Saddam Hussein. Il giornale contribuì alla costruzione dell’argomento favorevole alla guerra richiamando anche il pericolo rappresentato dalle armi di distruzione di massa. Negli anni successivi, dopo il collasso dell’ordine iracheno e l’emergere delle enormi conseguenze dell’invasione, Emmott parlò di un “debacle”, pur continuando per un periodo a difendere la decisione originaria.
Questa mentalità ha radici profonde. Durante la Grande Carestia irlandese del XIX secolo, The Economist pubblicò giudizi che attribuivano agli stessi irlandesi parte della responsabilità della propria miseria, parlando di sofferenze causate dalla loro “wickedness and folly”. Il fondatore James Wilson fu inoltre uno degli esponenti della cultura laissez-faire che influenzò il dibattito britannico sulla risposta alla carestia. Studi storici hanno anche ricostruito il modo in cui il giornale, nella seconda metà dell’Ottocento, sostenne progetti coloniali e l’apertura dei mercati stranieri anche quando tale apertura era garantita dalla forza militare e navale britannica. Il liberalismo economico promosso dal giornale non fu quindi sempre quella dottrina pacifica e neutrale che oggi potrebbe apparire: in alcuni momenti storici si accompagnò all’idea che determinati mercati e popolazioni dovessero essere “aperti” dall’esterno, se necessario sotto la pressione militare dell’impero britannico.
Anche Walter Bagehot, uno dei direttori più celebrati nella storia del settimanale, espresse concezioni razziali e politiche che oggi appaiono profondamente problematiche. La letteratura accademica ha ricostruito nei suoi scritti una visione gerarchica delle capacità intellettive attribuite alle diverse “razze” e un forte timore nei confronti dell’allargamento della partecipazione democratica alle masse. Naturalmente sarebbe assurdo attribuire automaticamente quelle idee alla redazione contemporanea. È invece legittimo ricordarle quando il gruppo presenta la propria storia come una marcia lineare della ragione contro l’ignoranza. La storia reale contiene liberalismo, battaglie civili e innovazione, ma anche imperialismo, paternalismo, discriminazioni razziali.
Nel 2014 quella tendenza a osservare perfino le questioni morali attraverso un filtro eccessivamente “razionale” produsse una delle più imbarazzanti cadute editoriali recenti. The Economist pubblicò una recensione del libro dello storico Edward Baptist sulla schiavitù americana che criticava il fatto che quasi tutti i neri apparissero come vittime e quasi tutti i bianchi come carnefici, e avanzava considerazioni sul possibile rapporto tra produttività e condizioni degli schiavi. Le proteste furono tali che il giornale ritirò la recensione e si scusò, riconoscendo che la critica ricevuta era giustificata. La rettifica fu positiva, ma resta sorprendente che un articolo del genere avesse superato il processo editoriale di una delle testate più prestigiose del mondo. Il problema sembrava essere una forma estrema di culto dell’equidistanza: perfino davanti alla schiavitù si cercava quasi ossessivamente un punto di equilibrio tra carnefice e vittima.
A tutto questo si aggiunge il tradizionale anonimato degli articoli. The Economist sostiene che il valore del giornale risieda nella voce collettiva e non nel protagonismo dei singoli autori. È una scelta che produce grande coerenza editoriale, ma ne riduce la trasparenza. Quando il giornale dichiara che un politico straniero è inadatto a governare, appoggia un’invasione, sostiene una riforma economica o giudica una nazione, il lettore spesso non sa chi abbia materialmente scritto quel giudizio, quale sia la sua formazione, quali ambienti frequenti o quali eventuali relazioni professionali possa avere. La responsabilità viene assorbita dalla voce impersonale dell’istituzione: “The Economist thinks”.
Il modo di lavorare del The Economist emerge con particolare forza nella copertura più recente su Vladimir Putin e la guerra in Ucraina. Alla fine di agosto 2026 The Economist ha pubblicato un articolo dal titolo “Cornered, Vladimir Putin plans to escalate his war”, presentando il presidente russo come un uomo “messo all’angolo” pronto a intensificare ulteriormente il conflitto. Il sottotitolo era ancora più esplicito: “His refusal to back down is rooted in Russia’s gangster politics”, sostenendo che il rifiuto di Putin di arretrare fosse radicato nella “politica gangsteristica” della Russia. Il pezzo partiva da una frase pronunciata da Putin sulle orche e sugli orsi polari (forse un richiamo schmittiano alla lotta fra potenze di terra e di mare, fra Russia e Gran Bretagna? aggiungiamo noi) per dedurne elementi della sua “predatory worldview”, la sua visione predatoria del mondo, e costruiva quindi una lettura non soltanto militare o geopolitica, ma psicologica e quasi criminologica del presidente russo. Il giornale sosteneva che Putin potesse cercare di uscire dal vicolo cieco della guerra attraverso una nuova escalation e riferiva, sulla base di “fonti vicine al leader russo”, che in un momento non meglio precisato della guerra Putin avrebbe detto alle persone intorno a lui: “They will hang me”, “mi impiccheranno”, interpretando quella frase come indizio del timore che una conclusione senza vittoria possa minacciare perfino la sua sicurezza personale. Il contesto preciso della presunta frase non è stato reso pubblico e la sua attribuzione dipende da fonti anonime, elemento che dovrebbe indurre a distinguere il fatto verificabile dall’interpretazione giornalistica.
Intendiamoci, The Economist può produrre ottimo giornalismo (cosa di cui personalmente dubito), può avere ragione contro governi autoritari (ma chi ne stabilisce il metro di giudizio e in base a quali parametri?) e può disporre di protezioni reali per la propria indipendenza (ma questo non significa già avere un padrone?). Ma non è un oracolo e non è una coscienza neutrale dell’umanità. È un attore politico e culturale potentissimo, espressione di una precisa tradizione liberal e liberista profondamente inserito nei centri economici che plasmano il mondo contemporaneo. Per questo, ogni volta che assegna voti ai governi degli altri, la domanda da porsi dovrebbe essere: chi controlla il controllore?
Giovanni Balducci
