Sin dai tempi di Babele, almeno stando al racconto biblico, l’umanità sembra avere con le lingue un rapporto complicato: appena gli uomini trovano un idioma comune, cercano di costruire una “torre” (oggi potremmo chiamarla globalizzazione); appena le lingue si moltiplicano, cominciano i problemi di comunicazione. La storia successiva, con qualche secolo di diplomazia in più, non è poi così diversa. Imperi, Chiese, monarchie, università e potenze commerciali hanno continuamente cercato una lingua attraverso cui amministrare territori, trasmettere conoscenze, concludere affari e, possibilmente, farsi capire senza ricorrere ogni volta a un interprete. La questione linguistica, insomma, non appartiene soltanto ai grammatici: è anche una questione di potere.
Quando pensiamo alla geopolitica pensiamo a confini, eserciti, rotte commerciali, risorse energetiche e alleanze. Esiste però una forma di potere assai più discreta e, proprio per questo, talvolta più duratura: la capacità di una lingua di diventare necessaria, prestigiosa o desiderabile al di fuori della comunità che l’ha prodotta. Le grandi lingue internazionali raramente raggiungono questa posizione per una semplice superiorità letteraria o per qualche intrinseca qualità grammaticale. Dietro la loro espansione troviamo quasi sempre Stati, corti, università, amministrazioni, commerci, religioni, sistemi educativi, tecnologie e reti culturali. Una lingua può quindi essere considerata un’infrastruttura geopolitica: consente l’accesso a una determinata sfera di conoscenza e, nello stesso tempo, contribuisce a rafforzarla. Per molti secoli questa funzione appartenne in Europa al latino; in seguito una parte delle sue prerogative passò al francese e, nell’età contemporanea, all’inglese. La storia delle lingue dominanti finisce così per assomigliare a una carta degli spostamenti dell’egemonia.
Il caso più straordinario rimane quello del latino, perché la lingua sopravvisse per molti secoli al potere politico che l’aveva originariamente diffusa. L’Impero romano d’Occidente scomparve nel V secolo, ma il latino continuò a essere lingua della Chiesa, della teologia, della filosofia, del diritto, delle università e della comunicazione colta europea. Non era più la lingua quotidiana della maggioranza della popolazione, ma consentiva a studiosi provenienti da regioni lontanissime di appartenere alla medesima comunità intellettuale. In questo senso il latino costituisce forse il primo grande esempio europeo di lingua realmente sovranazionale: non dipendeva più dall’esistenza di un unico Stato romano, perché era ormai sostenuto da una rete di istituzioni. La sua forza dimostra un principio importante: l’egemonia linguistica può sopravvivere all’egemonia politica che l’ha generata.
Proprio il prestigio del latino rende particolarmente significativo il dibattito che, tra Medioevo e Rinascimento, accompagna l’ascesa delle lingue volgari. Uno dei testi fondativi è il De vulgari eloquentia di Dante, scritto significativamente in latino per discutere la dignità del volgare. Dante non si limita a difendere una parlata municipale: cerca un “volgare illustre” capace di superare le varietà locali e di diventare strumento di una cultura più ampia. Poco più di un secolo dopo, Lorenzo Valla affrontò il problema dal versante opposto nelle Elegantiae linguae Latinae. Per Valla il latino classico era un immenso patrimonio culturale da restaurare attraverso la filologia: la lingua di Roma e dei classici continuava a rappresentare una forma di autorità culturale ben oltre la scomparsa del potere politico romano.
È proprio nel Quattrocento fiorentino che lingua, prestigio culturale e potere politico cominciano a intrecciarsi in modo particolarmente evidente. La Raccolta aragonese, preparata nell’ambiente mediceo e inviata alla corte aragonese di Napoli negli anni Settanta del Quattrocento, attraverso una scelta di poesia toscana e una dedica legata ad Angelo Poliziano, presentava implicitamente la tradizione letteraria fiorentina come tradizione capace di misurarsi con quella classica. Non si trattava ancora dell’imposizione amministrativa di una lingua nazionale, ma di qualcosa di più sottile: la costruzione di un prestigio. Una città, che si apprestava a diventare la culla del Rinascimento, poteva allargare la propria influenza facendo della propria lingua un modello culturale. Questa è già una forma di egemonia.
Nel Cinquecento si afferma apertamente una “questione della lingua”. Le Prose della volgar lingua di Pietro Bembo, pubblicate nel 1525, costituiscono uno dei momenti decisivi: Bembo propone come modelli Petrarca per la poesia e Boccaccio per la prosa, contribuendo alla codificazione di una lingua letteraria fondata sul toscano trecentesco. A questa posizione si contrappongono o si affiancano altre concezioni: Baldassarre Castiglione guarda maggiormente alla lingua delle corti; il Discorso o dialogo intorno alla nostra lingua, tradizionalmente attribuito a Machiavelli, difende invece la natura essenzialmente fiorentina della lingua letteraria, anche se datazione e attribuzione dell’opera sono state lungamente discusse. Nel 1542 Sperone Speroni pubblica poi il Dialogo delle lingue, uno dei testi più importanti del dibattito linguistico rinascimentale italiano. Letti insieme, questi testi mostrano come parlare di lingua significasse ormai discutere implicitamente anche di centri culturali, autorità, modelli sociali e identità collettive.
Esiste inoltre un testo europeo quasi inevitabile quando si vuole mettere in rapporto lingua ed egemonia. Nel prologo alla Gramática de la lengua castellana del 1492, Antonio de Nebrija formula una frase destinata a diventare celebre: «siempre la lengua fue compañera del imperio». La lingua, scrive Nebrija, accompagna l’ascesa, la prosperità e la caduta delle potenze. È una formulazione sorprendentemente esplicita di un principio che attraversa tutta la storia linguistica europea. Roma aveva esteso il latino insieme alle proprie istituzioni; le monarchie moderne avrebbero progressivamente trasformato le rispettive lingue in strumenti amministrativi e culturali; le potenze coloniali avrebbero successivamente portato questo processo su scala mondiale. La lingua non è soltanto il riflesso dell’egemonia: contribuisce a renderla stabile, perché permette a persone diverse di entrare nel medesimo sistema giuridico, educativo, commerciale e culturale.
La Francia rappresenta uno degli esempi più chiari di questa trasformazione. L’ordinanza di Villers-Cotterêts del 1539 rafforzò l’uso del francese negli atti della giustizia e dell’amministrazione reale, riducendo progressivamente il ruolo del latino in questi ambiti. Dieci anni dopo Joachim Du Bellay pubblicò la Défense et illustration de la langue française, un testo apertamente programmatico che invitava gli scrittori francesi a sviluppare la propria lingua affinché potesse competere con il greco e con il latino. Letteratura e costruzione dello Stato procedevano così nella stessa direzione.
Il processo diventò ancora più evidente con Richelieu e la fondazione dell’Académie française nel 1635. Gli statuti attribuivano all’istituzione il compito di dare regole certe alla lingua e di renderla capace di trattare le arti e le scienze. Il progetto non riguardava soltanto grammatica e lessico: il lavoro degli uomini di lettere veniva collegato al destino della società e della nazione. Nel corso del Seicento e del Settecento, mentre aumentavano il peso politico della monarchia francese e il prestigio di Parigi e Versailles, il francese si diffuse fra le aristocrazie, gli intellettuali e i diplomatici europei. L’egemonia della lingua finì in alcuni ambienti per superare persino i confini dell’egemonia politica francese: corti che non erano soggette alla Francia utilizzavano spontaneamente il francese perché esso era diventato un segno di appartenenza alla cultura europea delle élite: basti pensare su tutti all’incipit di Guerra e Pace di Tolstoj, dove si vede il fior dell’aristocrazia russa discettare amabilmente in lingua francese.
Nel 1784 Antoine de Rivarol poté addirittura intitolare un celebre saggio Discours sur l’universalité de la langue française. Il testo, premiato dall’Accademia di Berlino, rappresenta forse l’apogeo ideologico del prestigio internazionale del francese nell’Europa settecentesca. È interessante che una lingua potesse essere percepita come “universale” in un momento in cui il continente era ancora politicamente diviso in decine di Stati: ciò dimostra come l’universalità di una lingua non coincida quindi necessariamente con il dominio territoriale. Può nascere dalla convergenza volontaria delle élite verso un centro culturale considerato prestigioso. Il soft power linguistico può dunque agire anche senza annessioni, eserciti o amministrazioni comuni.
Pochi anni dopo, però, la Rivoluzione francese mostrò l’altra faccia dell’unificazione linguistica. Il 4 giugno 1794 l’abbé Henri Grégoire presentò alla Convenzione nazionale il Rapport sur la nécessité et les moyens d’anéantir les patois et d’universaliser l’usage de la langue française. Il titolo è già un programma politico: «anéantir les patois» e universalizzare il francese. La parola patois corrisponde grossomodo al moderno concetto scientifico di dialetto e possedeva spesso una sfumatura gerarchica e svalutativa. Dietro la durezza della formula vi era tuttavia un ragionamento coerente con l’idea rivoluzionaria di cittadinanza: se tutti i cittadini dovevano conoscere le medesime leggi, partecipare alla vita pubblica e ricevere un’istruzione, la frammentazione linguistica veniva percepita come un ostacolo. La lingua nazionale appariva contemporaneamente strumento di emancipazione politica e strumento di uniformazione culturale. È precisamente questa ambivalenza a rendere il rapporto di Grégoire ancora oggi uno dei testi più interessanti della storia politica delle lingue.
Anche l’inglese ebbe una propria lunga fase di emancipazione dal prestigio del latino. Nel 1582 Richard Mulcaster pubblicò The First Part of the Elementarie, dedicata soprattutto alla scrittura dell’inglese. Mulcaster difendeva apertamente la possibilità di utilizzare la propria lingua anche per la conoscenza colta e arrivava a scrivere: «I honor the Latin, but I worship the English». Quasi due secoli più tardi, nel 1755, Samuel Johnson pubblicò il suo monumentale A Dictionary of the English Language. Nella prefazione descriveva una lingua ancora mobile, esposta all’uso, al tempo e alle innovazioni, e nello stesso tempo cercava di fornirle uno dei grandi strumenti di stabilizzazione culturale dell’età moderna. Il dizionario di Johnson non creò naturalmente l’inglese standard da solo, ma fu un passo fondamentale nella storia della sua codificazione. È significativo che inglesi e francesi raggiungano obiettivi in parte analoghi attraverso istituzioni differenti: in Francia attraverso un’accademia sostenuta dallo Stato, in Gran Bretagna soprattutto attraverso grammatici, scrittori, lessicografi, scuole ed editori.
La vera trasformazione dell’inglese avvenne però quando alla codificazione culturale si aggiunse una rete planetaria. L’espansione britannica portò la lingua in Nord America, Caraibi, Africa, Asia e Oceania; successivamente l’ascesa economica, scientifica, militare e culturale degli Stati Uniti moltiplicò enormemente gli effetti di quella precedente diffusione. Nel Novecento a queste reti si aggiunsero cinema, musica, università, ricerca scientifica, aviazione internazionale, finanza, informatica e infine internet. L’inglese smise così progressivamente di essere soltanto la lingua degli inglesi o degli americani e divenne anche uno strumento utilizzato tra persone che non appartenevano ad alcun Paese anglofono.
Osservata in questa prospettiva, la successione latino-francese-inglese non rappresenta tre versioni identiche dello stesso fenomeno. Il latino medievale possedeva soprattutto il potere delle istituzioni, dell’istruzione e della tradizione; il francese dell’età moderna univa alla forza dello Stato monarchico l’enorme capacità di attrazione culturale delle sue corti e delle sue élite; l’inglese contemporaneo combina invece l’eredità storica dell’espansione britannica, la centralità novecentesca degli Stati Uniti e un gigantesco effetto di rete. Comunque sia, più persone utilizzano una lingua per la scienza, il commercio o la tecnologia, più quella lingua diventa utile; più diventa utile, più persone hanno interesse a impararla. E a un certo punto il processo può diventare parzialmente autonomo dal Paese che lo aveva originato.
Il paradosso è che ogni lingua comune amplia enormemente la possibilità di comunicazione e nello stesso tempo può restringere lo spazio delle altre lingue. Il latino consentiva a un professore di Bologna di comunicare con uno studioso di Parigi, ma restava distante dalle parlate della maggioranza della popolazione. Il francese rivoluzionario permetteva di immaginare una cittadinanza linguisticamente comune, ma contribuiva anche alla marginalizzazione delle lingue regionali. L’italiano rese possibile una sfera culturale nazionale prima ancora che esistesse pienamente uno Stato unitario, ma per secoli conviveva con dialetti che costituivano la vera lingua quotidiana di milioni di persone. L’inglese globale consente oggi a un ricercatore italiano, un ingegnere giapponese e un imprenditore brasiliano di comunicare immediatamente, ma esercita contemporaneamente una pressione fortissima sulle altre lingue nei settori scientifici e tecnologici, nonché nell’ambito delle arti di massa: basti pensare alla musica.
Un lingua non è mai soltanto un vocabolario. È anche una rete di prestigio, un sistema educativo, una memoria collettiva e spesso uno strumento attraverso il quale una comunità immagina la propria posizione nel mondo. Per questo osservare quale lingua una società decide di studiare significa spesso osservare una carta geografica invisibile del potere. Per molti secoli l’europeo colto imparava il latino perché quella era la chiave di accesso alla conoscenza. Nel Settecento un aristocratico russo, prussiano o italiano imparava il francese perché Parigi rappresentava uno dei grandi centri della cultura continentale. Oggi milioni di persone imparano l’inglese perché una parte enorme della scienza, della tecnologia, degli affari e della cultura globale passa attraverso di esso. Domani questa geografia potrebbe modificarsi ancora. La lezione storica, tuttavia, rimane: gli Stati costruiscono strade, porti e istituzioni, ma le civiltà costruiscono anche grammatiche, dizionari e canoni letterari. E talvolta una lingua sopravvive ai governi che l’hanno promossa, alle frontiere che l’hanno protetta ed espansa. La geopolitica, dunque, non si legge soltanto sulle mappe: si può ascoltare anche nelle parole che gli uomini scelgono per parlare tra loro.
Giovanni Balducci
