Dietro i dissidenti russi: oligarchi, intelligence e Londra come base comune

In Occidente l’opposizione a Vladimir Putin viene spesso raccontata attraverso uno schema elementare: da una parte il Cremlino autoritario, dall’altra dissidenti, giornalisti e imprenditori trasformati in simboli di libertà politica. Le loro biografie, però, raccontano una storia più complicata, nella quale compaiono le privatizzazioni selvagge degli anni Novanta, immense fortune oligarchiche, il separatismo ceceno, fondazioni straniere, governi occidentali, campagne per le sanzioni e rapporti retribuiti l’intelligence britannica.

Il punto non è sostenere che tutti gli oppositori di Putin siano “spie”, perché sarebbe falso e semplicistico. Il problema è capire quanto sia incompleta una narrazione che trasforma automaticamente ogni nemico del Cremlino in un democratico liberale e disinteressato. Seguendo le loro biografie emerge infatti una fitta rete di interessi politici, economici e geopolitici, e molte di queste storie conducono nello stesso luogo: Londra.

Londra, capitale dell’esilio russo

Per decenni la capitale britannica ha attirato enormi quantità di denaro proveniente dalla Russia post-sovietica. Immobili, banche, tribunali, studi legali e mercati finanziari trasformarono la città in quella che venne soprannominata “Londongrad”; quando alcuni oligarchi entrarono successivamente in conflitto con Putin, Londra divenne anche uno dei loro principali rifugi. La centralità britannica nella gestione delle ricchezze russe è stata analizzata esplicitamente anche dalla commissione Esteri della Camera dei Comuni nel rapporto Moscow’s Gold: Russian Corruption in the UK.

Boris Berezovskij, Aleksandr Litvinenko e Akhmed Zakayev gravitarono tutti attorno alla capitale britannica. Successivamente vi trovarono spazio uomini legati all’organizzazione di Aleksej Navalny, fondazioni riconducibili a Michail Khodorkovskij e altri esponenti dell’opposizione russa. Non è necessario immaginare un’unica regia: era sufficiente una convergenza di interessi. Gli esuli cercavano protezione, denaro, media e influenza, mentre le istituzioni occidentali trovavano negli oppositori russi fonti di informazioni e interlocutori utili nello scontro politico con Mosca.

Berezovskij: prima Putin, poi la guerra a Putin

Boris Berezovskij è uno dei casi più emblematici. Fu uno dei grandi oligarchi emersi durante le privatizzazioni dell’era Eltsin e partecipò alla conquista di enormi patrimoni economici nel caos della Russia degli anni Novanta. Ma, prima di diventare uno dei nemici più famosi del Cremlino, ebbe un ruolo importante anche nel sistema politico che favorì l’ascesa di Putin. La stampa britannica dell’epoca ricordava già il peso esercitato da Berezovskij e dai suoi mezzi d’informazione nella promozione del nuovo leader russo. The Guardian sull’ascesa di Putin e sul ruolo di Berezovskij.

Solo successivamente, dopo essere entrato in rotta di collisione con il nuovo potere, Berezovskij trasformò Londra nella base della propria opposizione e dalla Gran Bretagna sostenne altri emigrati ostili al Cremlino, fra cui Litvinenko e Zakayev. La sua storia mostra quanto sia riduttivo descrivere lo scontro fra Putin e gli oligarchi semplicemente come un conflitto fra autocrazia e libertà: una parte di quegli uomini era nata, si era arricchita e aveva esercitato un enorme potere proprio all’interno del sistema politico ed economico precedente e poi putiniano.

Litvinenko e l’intelligence britannica

Con Aleksandr Litvinenko abbiamo un rapporto con l’intelligence straniera che non è soltanto una supposizione. Ex uomo degli apparati di sicurezza russi, dopo essersi trasferito nel Regno Unito entrò nell’ambiente di Berezovskij e Zakayev e collaborò con le agenzie britanniche. Questi rapporti, così come numerosi dettagli sulle sue attività nel Regno Unito, sono ricostruiti nella vasta inchiesta pubblica britannica sulla morte di Litvinenko, pubblicata nel 2016 dal governo britannico.

Durante l’inchiesta Marina Litvinenko dichiarò che il marito riceveva circa 2.000 sterline al mese per il lavoro svolto con agenzie britanniche, pur descrivendolo come consulente e non come agente formalmente appartenente ai servizi. La stessa inchiesta concluse poi che la sua morte per avvelenamento da polonio nel 2006 era stata probabilmente organizzata dall’FSB e che l’operazione era stata probabilmente approvata da Nikolaj Patrušev e Vladimir Putin.

Politkovskaja e il separatismo ceceno

Anche Anna Politkovskaja presenta una storia più articolata dell’immagine della semplice giornalista isolata contro il Cremlino. Aveva rapporti diretti con importanti esponenti del separatismo ceceno, fra cui Aslan Maskhadov e Akhmed Zakayev. Nel 2005, per esempio, comparve come testimone della difesa nel processo a Stanislav Dmitrievskij e il giornale russo Kommersant sottolineò esplicitamente che conosceva personalmente entrambi i leader ceceni. La ricostruzione di Kommersant.

Inoltre, anche la sua proiezione internazionale passò presto da Londra: il suo primo libro, A Dirty War: A Russian Reporter in Chechnya, uscì nel 2001 in inglese per la londinese Harvill Press. Ancora più significativo è ciò che emerge dall’inchiesta britannica Litvinenko. Secondo la testimonianza di Zakayev, Politkovskaja partecipò insieme a Litvinenko a una War Crimes Commission istituita dalla leadership separatista cecena per raccogliere materiale sui presunti crimini di guerra commessi dalle forze russe. Lo stesso rapporto britannico descrive Politkovskaja e Litvinenko come amici stretti e impegnati in attività investigative comuni. Il rapporto completo dell’inchiesta Litvinenko.

Un altro elemento poco ricordato riguarda i finanziamenti della Fondazione Soros alla Novaja Gazeta, il giornale della Politkovskaja. Nel 2002 l’FSB dichiarò che il quotidiano aveva ricevuto un sovvenzionamento di 55.000 dollari, sostenendo che quei fondi servissero anche a finanziare i viaggi di Politkovskaja in Cecenia.

Questo non dimostra che Politkovskaja fosse un’agente al servizio di un paese straniero, né sarebbe corretto affermarlo. Mostra però che la sua attività andava oltre quella di una semplice reporter, disponendo di contatti profondi con il mondo separatista ceceno e collaborando con uomini direttamente coinvolti nella contrapposizione con Mosca.

Navalny, il nazionalismo e i rapporti britannici

Anche la figura di Aleksej Navalny è stata progressivamente semplificata in Occidente. Prima di diventare il simbolo globale dell’opposizione liberale russa con la Fondazione anticorruzione, Navalny aveva attraversato una fase di acceso nazionalismo: partecipò alla Russian March, contribuì alla nascita del movimento nazional-democratico Narod e venne successivamente espulso dal partito liberal-democratico Jabloko anche a causa della sua attività nazionalista. Kommersant sulla fase nazionalista di Navalny.

Ancora più interessante è il caso di Vladimir Ashurkov, uno degli uomini di punta della Fondazione anticorruzione. Una registrazione risalente al 2012 mostra Ashurkov in conversazione con James Ford, allora diplomatico dell’ambasciata britannica a Mosca, mentre discute delle dimensioni finanziarie necessarie ad ampliare le attività dell’organizzazione e della possibilità di ottenere informazioni detenute da strutture britanniche. L’FSB identificò Ford come uomo dell’MI6, ma questa appartenenza non è stata dimostrata pubblicamente: ciò che risulta verificabile è che Ford era comunque un diplomatico britannico e che Ashurkov sarebbe poi diventato un interlocutore ufficiale delle istituzioni britanniche. Nel marzo 2018 comparve infatti, con il titolo di direttore esecutivo dell’Anti-Corruption Foundation, davanti alla commissione Esteri della Camera dei Comuni durante l’inchiesta sulla corruzione russa nel Regno Unito. La sua audizione alla Camera dei Comuni.

Kasparov e Khodorkovskij

Neppure l’ex campione di scacchi poi divenuto acceso attivista Garry Kasparov ha avuto una traiettoria politica lineare. Prima di diventare uno degli oppositori russi più celebrati in Occidente, costruì in patria un fronte anti-Putin insieme a forze politiche molto diverse dal liberalismo occidentale, compresi Eduard Limonov e i nazional-bolscevichi nella coalizione Altra Russia. Successivamente trasferì una parte crescente della propria attività politica sulla scena internazionale, sostenendo una linea molto dura contro Mosca.

Nel 2018 Kasparov venne ascoltato ufficialmente dalla commissione Esteri britannica. In quell’occasione riconobbe anche un elemento essenziale per comprendere la nascita dell’oligarchia russa: durante gli anni di Eltsin, spiegò, l’influenza dello Stato era fondamentale per la costruzione delle grandi fortune private. Nella stessa audizione raccontò inoltre di avere escluso Londra come luogo di residenza per l’enorme concentrazione di interessi commerciali e politici russi presenti nella città. L’audizione di Garry Kasparov al Parlamento britannico.

Michail Khodorkovskij rappresenta invece perfettamente la trasformazione dell’oligarca in dissidente. Prima di diventare uno dei simboli della repressione putiniana era stato uno dei maggiori beneficiari delle privatizzazioni degli anni Novanta. Nel dicembre 1995 il 45 per cento di Yukos, una delle più grandi compagnie petrolifere russe degli anni Novanta, fu acquistato per 160 milioni di dollari da una società dietro la quale vi erano Khodorkovskij e la sua banca privata Menatep; secondo la ricostruzione storica di Kommersant, appena due mesi prima quel pacchetto azionario valeva in Borsa circa 290 milioni di dollari. La ricostruzione di Kommersant sulle aste “prestiti contro azioni”.

Dopo il carcere e l’esilio, Khodorkovskij utilizzò parte delle proprie risorse per sostenere attività politiche e organizzazioni contrarie al Cremlino dall’estero. Anche in questo caso, come si può vedere, la biografia è più complessa dell’immagine del semplice imprenditore liberale perseguitato: prima dell’oppositore esisteva l’oligarca, e l’oligarca era stato uno dei grandi vincitori del sistema economico degli anni Novanta seguito al crollo dell’URSS.

Gli oligarchi esistevano prima di Putin

È forse questo il punto più importante dell’intera vicenda: Putin non inventò gli oligarchi. Quando arrivò al potere, le grandi fortune russe, le televisioni private, le banche e una parte fondamentale dell’industria energetica erano già state distribuite durante l’era Eltsin. Lo stesso Kasparov, difficilmente sospettabile di simpatie per il Cremlino, lo riconobbe apertamente davanti al Parlamento britannico quando spiegò che negli anni Novanta l’influenza dello Stato era essenziale per costruire una grande fortuna. La testimonianza di Kasparov alla Foreign Affairs Committee.

Il conflitto cominciò quando il nuovo potere putiniano pretese che gli oligarchi rinunciassero a condizionare direttamente la politica nazionale: alcuni accettarono, altri combatterono e persero. Proprio fra questi ultimi nacque una parte importante dell’opposizione emigrata. Lo scontro fra lo Stato russo e settori dell’oligarchia degli anni Novanta venne così progressivamente reinterpretato in Occidente come una contrapposizione pura fra autoritarismo e democrazia, mentre la realtà era molto più ambigua e affondava le proprie radici nella lotta per il controllo delle immense risorse da distribuire dopo la caduta dell’Unione Sovietica.

La zona grigia tra opposizione e geopolitica

Nessuno di questi elementi assolve automaticamente il Cremlino dalle proprie responsabilità, né dimostra che le accuse formulate dallo Stato russo contro tutti i propri oppositori siano del tutto fondate. Mostra però l’esistenza di una zona grigia che il racconto occidentale tende spesso a ignorare: Litvinenko collaborava con strutture britanniche fornendo dati sensibili, Politkovskaja disponeva di rapporti profondi con la leadership separatista cecena e con lo stesso Litvinenko, Berezovskij sosteneva emigrati ostili a Putin, mentre uomini dell’organizzazione di Navalny cercavano fondi e informazioni nelle istituzioni britanniche. Kasparov e Khodorkovskij, da parte loro, trasformarono progressivamente una battaglia politica nata in Russia per questioni prevalentemente economiche in un’attività sempre più internazionale di accusa contro il “sistema Putin”.

Questo non significa che fossero tutti agenti stranieri. Significa piuttosto che una parte dell’opposizione russa, soprattutto dopo l’esilio, divenne una vera opposizione transnazionale, inserita in reti politiche, finanziarie e istituzionali appartenenti a Paesi che avevano interessi strategici propri nei confronti della Russia. Dopo il febbraio 2022 questa convergenza geopolitica è diventata ancora più evidente. Il Regno Unito è passato dall’essere uno dei grandi centri dell’emigrazione politica e finanziaria russa a uno dei maggiori sostenitori europei dell’Ucraina: Londra ha impegnato decine di miliardi di sterline nel sostegno economico e militare a Kiev e ha addestrato decine di migliaia di militari ucraini attraverso l’operazione Interflex. I dati ufficiali del governo britannico sul sostegno all’Ucraina.

Alla luce di questi sviluppi, il fatto che tanti oppositori di Putin abbiano scelto Londra come rifugio e base politica appare meno come una semplice coincidenza geografica e più come il risultato di una lunga convergenza di interessi. Per oltre trent’anni la capitale britannica è stata uno dei principali punti d’incontro fra capitali russi, oligarchi in esilio, separatisti, dissidenti, fondazioni, media, istituzioni occidentali e apparati d’intelligence.

La storia dell’opposizione a Putin, dunque, non può essere ridotta al racconto lineare di uomini coraggiosi contrapposti a un potere autoritario. È anche una storia di ricchezze accumulate nella corruzione degli anni Novanta, sconfitte politiche, esili, reti internazionali e interessi geopolitici. Una dimensione meno raccontata in Occidente, ma indispensabile per comprendere fino in fondo la natura dello scontro tra il Cremlino e una parte dei suoi avversari.

Giovanni Balducci  

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